Leopold von Sacher Masoch.
...
.
...
Don Giovanni di Kolomea.
...
.
...
Traduzione di: Luigi Ferrara.
...
.
...
1900. Detken & Rocholl Editori, NAPOLI.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Il barone Leopold von Sacher-Masoch (Leopoli, 27 gennaio 1836. Lindheim, 9 marzo 1895 oppure Mannheim, 1905)  stato uno scrittore e giornalista austriaco di origini ucraine. Il termine "masochismo" deriva dal suo nome. La sua opera pi celebre  Venere in pelliccia.
Laureato in giurisprudenza, fu anche narratore e autore di romanzi realistici di ambiente galiziano ed ebraico. Deve la sua fama ai romanzi erotici, nei quali viene descritta la parafilia che gli fu tipica fino da adolescente, e che lo psichiatra Richard von Krafft-Ebing chiam successivamente masochismo. Unita al sadismo (dal marchese de Sade), ha dato origine alla parola sadomasochismo. Egli cerc sempre, pi che donne sadiche, donne che accettassero di impersonare il ruolo.
Infine cominci a dare segni di forte squilibrio mentale e aggressivit, oltre al suo solito masochismo, e venne ricoverato dalla seconda moglie Hilda Meister nel manicomio di Lindheim nel 1895, anno in cui viene annunciata la sua morte Secondo alcuni studiosi, Leopold sarebbe invece deceduto nel manicomio di Mannheim dieci anni pi tardi (1905).
....
.
...
PREFAZIONE. di LUIGI FERRARA.
...
.
...
"Tra le pi belle cose che io vorrei aver scritte  il Don Giovanni di Kolomea del Sacher-Masoch". Cos una sera, molto tempo fa, conchiuse mio zio Giustino Fortunato, dopo aver lungamente discorso sul capolavoro del romanziere galliziano. E le sue parole avevano un senso di convinzione cos profonda, che mi colpirono assai pi di qualunque entusiasmo. "Vedi se ti riesce di trovarne una buona traduzione italiana" egli mi disse poi con insistenza. Io lessi e rilessi, con godimento sempre maggiore, l'originale tedesco, ma non trovai la traduzione. "Allora, perch non traduci tu la novella?" chiese mio zio, credendo anche lui vana la ricerca e vedendo in me trasfusa la sua stessa ammirazione. Il consiglio era dato. E, mettendomi all'opera, io potetti apprezzare ancor meglio la grande superiorit di questo don Giovanni sui tanti suoi fratelli che lo hanno preceduto nel mondo dell'Arte(1).
Capriccioso, incostante e spensierato, impetuosamente sensuale e follemente audace, cinico volgare o pessimista sdegnoso, avido soltanto d'orge o anche d'ideale, conquistatore irresistibile, trascorrente di godimento in godimento e di trionfo in trionfo, ebbro della sua lotta continua contro la societ, bello insomma di tutte le seduzioni dell'arte, ricco d'infiniti aspetti e sentimenti, sempre nuovo e sempre affascinante, come una sfida perennemente lanciata al genio, il tipo del Don Giovanni ha tormentato e continuer forse in ogni tempo a tormentare la mente di romanzieri, di musicisti e di poeti.
Ma come mai il Burlador maligno e volgare di Fra Gabriel Tellez, in poco pi di due secoli, giunge, col capolavoro del Sacher-Masoch, a trasformarsi in quel simpaticissimo tipo di boiardo che, diventato seduttore per caso, pur amando e ingannando molte donne, non riesce n a dimenticare n a riconquistare la sua; e in un'osteria di villaggio, raccontando tra il riso e le lagrime le sue infinite avventure, ha nella voce e nel cuore come un tremulo rimpianto dell'antica felicit coniugale, rimasta pur troppo un paradiso a lui chiuso per sempre?
Lunghetta la serie delle trasformazioni! Ma non vi spaventate. Io non far qui l'analisi minuta di tutte le pi piccole variazioni del tipo attraverso i tanti rifacimenti e le tante rifioriture non sempre felici dell'antica leggenda: cercher soltanto di seguire in brevi tratti il tenue filo che unisce nel loro svolgimento i pochi capolavori sull'audacissimo e tempestoso peccatore.
Come bene osserva il Farinelli(2), la leggenda non ha alcun fondamento storico n alcuna speciale origine spagnuola. Essa pu benissimo esser penetrata in Ispagna dal Settentrione e, "spogliandosi man mano di certo carattere primitivo per vestirsi del maraviglioso e fantastico proprio all'immaginazione e alle credenze del Mezzod", essersi localizzata a Siviglia dopo la comparsa del Burlador.
Ad ogni modo, gli stessi nomi storici di Tenorio e di Ulloa che alcuni pretenderebbero far corrispondere a un Don Giovanni e a un Don Gonzalo realmente vissuti, sono nomi galliziani di origine. Strana coincidenza davvero! Galliziano  anche l'eroe del Sacher-Masoch. Che il gran seduttore abbia avuto una speciale predilezione per quell'antico regno dove il popolo  cos fantastico nella sua immensa tristezza? Che la leggenda abbia di l prese le mosse? Chi sa!
Certo, quando nel terzo decennio del seicento, col Burlador de Sevilla, comparve per la prima volta sulle scene il Don Giovanni, gi da due secoli la leggenda si era venuta formando nelle varie sue parti; e Tirso de Molina, il buon frate madrileno, non fece forse che raccogliere in maniera efficace ed industre quanto sin allora la fantasia popolare aveva accumulato intorno alle gesta del dissoluto indomabile. Al monaco della Mercede, se pure fu lui il raccoglitore, spetterebbe dunque il vanto di aver spogliato il tipo del libertino del suo carattere turpe ed abbominevole e di averne fatto quel cavaliero, ancora malvagio e volgare ma pur simpatico e prode, ch' fatalmente spinto al delitto dagli stessi stimoli della sua vigorosa natura. Questo Don Giovanni, infatti, seduce Isabella, Tisbea, Aminta; uccide il Commendatore accorso in aiuto della figlia Donn'Anna; irride con tracotanza alla statua dell'ucciso, la invita a cena: e solo quando la gelida mano del convitato lo afferra tremenda come l'ira di Dio, solo allora ha paura, infine, e vuol pentirsi; ma non  pi a tempo, perch la giustizia divina si compie ed egli sprofonda negli abissi.
Qui per la tempra del dissoluto  ancor grossolana: si tratta ancora di un burlatore che seduce sol per sedurre, e se ne vanta, spudoratamente:
... el mayor
Gusto que en mi puede haber,
Es burlar una mujer
Y dejarla sin honor.
...
 insomma un uomo forte, audace, terribilmente sensuale, senza cuore e senza coscienza, che va solo in cerca del piacere e che, anzi, trova il suo maggior piacere nella seduzione stesa, e sprezza ogni altra cosa divina od umana e distrugge ogni ostacolo che gli si para dinanzi, e regala degli schiaffi a Catalinon, servo burlone ma savio, non appena lo sente parlar di morale. "Cos, dice di lui il Martini, pi malvagio che concupiscente, irrisore di s stesso e d'altrui, esperto nel macchinare gl'inganni, destro nel carezzare le vanit, pronto nel destare gli appetiti, cinicamente crudele, vanitoso nello scandalo, capriccioso nelle sensualit, striscia come un serpente, lacera come una iena"(3).
Con tutto ci, anzi forse appunto perci, il dramma piacque, ebbe fortuna, e circa venti anni dopo, verso la met del seicento, lo troviamo gi in Italia, dove, in pieno dominio della commedia dell'arte, era diventato l'arlecchinata preferita. I Convitati di Pietra allora abbondarono, come poco dopo abbondarono in Francia i cos detti Festins de Pierre. Ma che cosa poteva, fra noi, guadagnare un tipo a traverso un'arte che ricamava i suoi poveri fiori sulla grama tela degli scenari? Il tipo non guadagn nulla, anzi perdette di molto, poich in quel fitto scoppietto di lazzi e buffonate si trov davvero a disagio; e chi ne profitt fu il servo Catalinon, che sotto le comiche vesti di Arlecchino, divenne sempre pi buffo e fin col trionfar sul padrone. Il quale, allora, come per dimenticare lo sgambetto avuto, si abbandon liberamente alle sue tendenze volgari e crudeli. Brutto ritorno all'antico, rimasto anche un po' nei due primi Festins de Pierre, dove Dorimond ci fa sapere che il suo eroe batte e calpesta il padre, e De Villiers ce lo mostra parricida a dirittura.
Bisogna arrivare sino al Molire (1665) per trovar finalmente ingentilito il gran seduttore. In Molire, infatti, Don Giovanni non  pi l'eroe della leggenda, tutto istinto e brutalit, avido sinanche di sangue e inebriato dalle sue infamie;  un giovane aristocratico che, messe comodamente da banda la religione e la morale, cerca solo la libert in amore. "se plat  promener de liens en liens", lascia ai ridicoli la pace e la costanza di un affetto solo, seduce con arte raffinata, gustando intensamente ogni pi piccolo fascino della seduzione, ed  gi stanco del trionfo non appena l'ha ottenuto.
"E che? risponde ai rimproveri del servo Sganarelle, Pretendi tu forse che uno debba fermarsi al primo oggetto che lo colpisce, rinunziare al mondo e non aver pi occhi per nessuno? Bella cosa cedere alla vana lusinga della fedelt, seppellirsi per sempre in una passione e restar come morto dinnanzi a tutte le altre bellezze che potranno in appresso sedurci! No, no; la costanza  solo dei ridicoli; tutte le belle hanno il diritto di ammaliarci; la buona sorte capitata ad una, di essere incontrata per la prima, non deve togliere alle altre le giuste pretese che esse hanno sui nostri cuori. Che vuoi? la bellezza mi conquista dovunque la trovo; ed io cedo facilmente a questa dolce violenza. Si ha un bell'esser legati; l'amore per una donna non pu costringere il mio cuore a far ingiustizia alle altre; io ho sempre degli occhi per ammirare i pregi di tutte e rendo ad ognuna l'omaggio dovuto alla bella natura. Pensala come vuoi, ma io non posso negare il mio cuore a tutto ci che v' di amabile. Quando un bel viso me lo ha chiesto, ne avessi pur mille, di cuori, glieli darei tutti. E poi! Le inclinazioni nascenti hanno inesplicabili malie: tutto il piacere dell'amore sta nel variare.  immensa, s, la volutt che si prova a conquistare con dolci parole il cuore di una giovine bellezza, a seguire di giorno in giorno i piccoli progressi verso il trionfo, a combattere con sospiri, slanci e lagrime l'innocente pudore di un'anima ancor riluttante, a vincere punto per punto tutte le piccole resistenze ch'essa oppone, a dissipare gli scrupoli di cui si forma il suo onore, e a condurla dolcemente dove vogliamo. Ma, quando si  vinto una buona volta, non c' pi nulla a desiderare: tutto il bello della passione  finito: e noi ci assopiremmo nella tranquillit di un tale amore, se qualche altra fiamma non venisse a ridestare l'incendio con l'attrattiva di una nuova conquista. Niente, infine,  pi dolce che trionfar della resistenza di una bella donna; ed io in questo campo ho l'ambizione dei conquistatori, che volano perennemente di vittoria in vittoria e non sanno risolversi a restringer le mire. Non v' nulla che possa frenar l'impeto dei miei desideri; sento di avere un cuore fatto per amar tutta la terra; e, come Alessandro, vorrei anch'io che ci fossero altri mondi per potervi estendere le mie conquiste d'amore."
Enfatica la tirata, non  vero? Ma  appunto quest'enfasi, questa foga, questa gioconda filosofia, che ci rende assai simpatico il Don Giovanni del Molire. C', nella sua briosa esuberanza di giovent, tale un fascino seduttore, che la stessa corruzione gli si perdona. E quando, rispondendo al beffardo invito la statua del Commendatore s'avanza terribile, chiede la mano del peccatore indurito e, tra lampi e fulmini, lo piomba negli abissi, una grande piet ci prende. Quel castigo, come fu giustamente notato, sembra davvero atroce o almeno eccessivo, quel fulmine fa l'effetto di un deus ex machina; e si pensa involontariamente al perdono, che forse avrebbe chiuso il dramma assai meglio di questa infelice concessione fatta all'antica leggenda.
Senza dubbio, per, il carattere di Don Giovanni ha fatto progressi enormi. Audace sempre, ha per anche degli scatti nobili e generosi, che lo spingono a salvar la vita di Don Carlos, suo nemico; incredulo sempre, mostra pure nel suo disprezzo della fede e delle superstizioni una certa superiorit, che deriva dall'ingegno; furbo anche qui sino ad esser perverso, mette per una grande genialit in ogni sua magagna; intollerante d'ogni freno e quindi anche di sermoni, non maltratta il padre ammonitore, ma solo sul pi bello di un predicozzo lo invita celiando a sedere: "Monsieur, si vous tiez assis, vous en serez mieux pour parler".  vero che, dopo tante immoralit, finisce col diventare anche ipocrita; ma, strano a dirsi,  sincero nella stessa ipocrisia, come in tutti gli altri suoi vizi. "Si tratta di opportunit" confessa egli a Sganarelle. Mettersi per poco nei panni di Tartufo e fingersi ravveduto e pentito  uno stratagemma utile per rabbonire il padre e sottrarsi all'ira delle vendette. L'ipocrisia del resto, aggiunge,  un vizio alla moda, e tutti i vizi alla moda passano per virt".
Ora, credete voi che la trista efflorescenza del male, con s fine analisi studiata dal Molire, abbia completamente distrutto nel cuore del seduttore ogni pi tenue germe del bene, ogni sentimento gentile ed umano? Tutt'altro. Una sola scena basta a provarlo. Sperduto in una foresta, Don Giovanni offre al mendico che gl'indica la via un bel luigi d'oro, purch egli bestemmii. Ma il povero, che pur soffre, che pure ha fame, si rifiuta; e Don Giovanni, sorpreso, come cedendo a una voce che sale su dal fondo dell'anima, gli d la moneta egualmente, "pour l'amour de l'humanit", e resta ancora in silenzio a vederlo scomparire nel bosco....
Dopo Molire, per pi di un secolo, ossia sino a Mozart, il tipo del Don Giovanni fa dei regressi addirittura spaventevoli. Sembra quasi che matta bestialit primitiva lo riprenda, resa pi odiosa dalla corruzione ormai raffinata.
Saltiamo quindi a pi pari i poveri versi e le povere aggiunzioni del Rosimond (1669) in cui l'eroe ha due compagni di scelleratezze, aspira persino a divenir ladro e si vanta di accumular delitti su delitti(4): lasciamo da banda l'indecente Libertine dell'inglese Shadwel, la versificazione del dramma del Molire fatta da Tommaso Corneille. l'orrido guazzabuglio di duelli, di serenate e di volgarit impasticciato dallo Zamora; e riconosciamo, senza reticenze, nel Dissoluto del nostro Goldoni uno sfrondamento della leggenda ibrido e inopportuno che, togliendo al soggetto l'ambiente mistico-soprannaturale, riducendo la statua alla sua tacita e immobile realt, conservando solo il fulmine sterminatore, riesce, non ostante la stranezza di quell'Isabella che si batte due volte con Don Giovanni, assai freddo e inefficace. Doloroso ma vero: il Goldoni, che scrisse questa sua "commedia ragionata" per vendicarsi di un burlador a cui si era data la sua amante, rimase questa volta burlato ancora dall'Arte, che non gli si volle, pur troppo, concedere.
Nel melodramma del Mozart (1787), finalmente, ricomincia e si afferma in modo mirabile il progresso di Don Giovanni verso qualcosa di pi nobile ed elevato.
Nel libretto del Da Ponte, Don Giovanni, dopo aver ucciso il Commendatore, giunge persino a commuoversi e a intenerirsi sulla sorte dell'infelice.
Ah! gi cade, sciagurato!
Affannoso e agonizzante!
Gi dal seno palpitante
Veggo l'anima partir.
Forse il buon abate si trov anche inconsapevolmente a metter queste parole di commiserazione sulla bocca del suo eroe, tanto per dare tre toni diversi al terzetto: l'agonia del ferito, la piet del feritore, lo spavento del servo Leporello. Ma Mozart, il divin maestro, intese in tutta la pienezza quei sentimenti e li espresse con tanta potenza, che nella musica meravigliosa di quel terzetto il tono patetico domina sublime, e l'intera melodia fluisce ampia e dolente come un fiume purissimo formato tutto di lagrime...
Ha un cuore, infine, questo Don Giovanni, quel cuore appunto che mancava ai suoi predecessori e mancher purtroppo a parecchi fra i suoi successori.
La concezione del tipo va sempre pi cambiando.
Scorre appena un quarto di secolo; e, nel 1813, la fantastica mente dell'Hoffmann riverbera sul capolavoro del Mozart le tinte fosche del suo romanticismo trascendentale.
La natura, secondo lui, volle fare di Don Giovanni un essere privilegiato, superiore ad ogni volgarit, destinato a vincere e a dominare, e perci dotato di un forte organismo, di un volto affascinante, di un'anima nobile e di una vasta intelligenza. Ma questa stessa esuberanza di vita accese in Don Giovanni quella febbre intensa d'ambizione e di desiderio, che rese inappagabile la sua mente, inappagabile il suo cuore. E poich niente a questo mondo esalta quante l'amore, all'amore appunto egli ricorse sperando di sedar cos la tempesta dei sensi; e dell'amore appunto si serv il diavolo per tendergli le sue reti. Correndo infatti senza tregua di passione in passione, godendo dell'ebrezza sino al delirio, credendo sempre d'essersi ingannato nella scelta, e sempre sperando di raggiungere il suo ideale, Don Giovanni sent presto il tedio della vita reale; e, poich disprezzava assolutamente gli uomini, s'irrit infine contro la natura stessa, che tanto lo affaticava dietro un vano miraggio. D'allora in poi, nel possesso della donna, egli non cerc pi uno sfogo ai sensi, ma un insulto beffardo da lanciare alla natura e al suo creatore; quindi le miti e dolci creature crudelmente ingannate, quindi gli oggetti del suo scherno sdegnosamente calpestati. E nella seduzione di una sposa adorata, nel violento scompiglio della felicit di due amanti, egli non vide che tanti trionfi riportati su quel malefico genio nemico che lo spingeva follemente su, in alto, oltre i limiti angusti della vita ordinaria, contro le leggi della patria. Volle slanciarsi sempre pi in alto; fin col precipitar negli abissi.
Ed ecco che l'Hoffmann, avvicinando Don Giovanni al dottor Fausto, preludia quasi alla grandiosa e pazza fusione che dei due eroi fece l'ingegno stranissimo del Grabbe nel 1829. "Simile a sogno d'uomo cui molta birra gravi", questo dramma colossale e squilibrato, che con tutta ragione Vittorio Imbriani avrebbe potuto chiamare un capolavoro sbagliato, rappresenta l'antitesi di due grandi tendenze: "materia e spirito, ragione e senso"; Fausto vuol penetrare i misteri del mondo, Don Giovanni vuol tuffarsi nell'onda delle passioni; tutti e due in diverso modo amano e sospirano la felicit, tutti e due si perdono nel nulla.
Dal 1818 al 1822 lord Byron, intanto, ha composto i famosi canti sul Don Giovanni; ma l'eroe del suo poema non ha niente di comune con quello della leggenda. Anch'esso  nato a Siviglia, "nella citt bella e cortese, celebre per gli aranci e per le donne"; ma questo grazioso e femmineo figlio dell'idalgo Don Ios e di Donna Ines, il quale dai rimproveri di Don Petrillo passa alle carezze di Donna Giulia, dalle braccia di Edea, la bella fanciulla delle Cicladi, al letto di Dud, la languida schiava orientale, dai capricci imperiali di Caterina di Russia ai baci voluttuosi di Lady Amandevil; questo spagnuolo, che attua tra i piaceri l'oraziano "carpe diem",  un semplice pretesto,  un eroe che l'autore sceglie a caso per dare sfogo al suo sdegno, alla sua bile, al suo sarcasmo. Il vero eroe  il poeta stesso, che spande il suo odio immenso contro la vita e la societ, in continue digressioni, in continui disprezzi, in continue canzonature.
Ma dopo Byron, ecco gi Don Giovanni nel gran turbine delle trasformazioni. Egoista e cinico in Balzac (1830), muore di vecchiaia ed  canonizzato; sensualissimo e stanco di vivere in De Musset (1833), affronta il fulmine divino come un vero colpo di grazia; violatore audace in Mrime (1834), assiste tramortito ai suoi funerali, si pente e diventa il beato Frate Ambrosio; follemente avventuroso in Dumas (1836), s'agita fra le pi insulse fantasmagorie e muore infine ucciso da un'ombra; ravvedutosi a tempo in Creizenach (1839), va a far penitenza nelle foreste vergini d'America; delinquente volgare in Wiese (1840) e Braunthal (1842), soccombe al veleno di un'amante tradita; freneticamente illuso in Lenau (1842?), cerca invano a traverso gli amori il suo tipo ideale di donna, si dispera e trova la morte in duello; lurido e crudele in Zorrilla (1844), commette le pi abbominevoli infamie e vien poi, redento dal puro amore di Donna Ines; borlato prima e burlatore poi, giunge in Hrnigk (1850) ad ottenere il perdono; seduttore pessimista in Puchkin (1855), si veste da frate per possedere Donn'Anna e muore fulminato; nuovo Fausto in Alessandro Tolstoi (1863), patteggia col diavolo una vita di amori, ma, dopo il suicidio della sua prima vittima, e preso da rimorso, entra in convento e muore da santo(5).
Sono circa trent'anni di evoluzione rapida e tumultuosa, dalla quale Don Giovanni esce stranamente e profondamente mutato.
Un tempo era tutto istinto. Ricordate? Aveva impeti, audacie e sensualit da bestia. Divenne poi men volgare e malvagio e, nella sua gioconda filosofia della vita, stava quasi per acquistare un buon cuore, quando lo scetticismo romantico con l'amarezza cupa e disperata dei suoi dubbi, delle sue rabbie e delle sue rivolte, venne pur troppo ad avvelenargli l'esistenza. Scomparsa allora la vigorosa e lieta esuberanza di vita, egli non s'inebria pi della sua corsa sfrenata d'amore in amore; vede tutto buio intorno a s e tende sempre, ma invano, alla luminosa visione di donna ideale che gli fugge dinnanzi come un eterno fantasma. Diviene quindi un cupo pessimista e cerca di stordirsi a furia di baci e di amplessi: ma trova il disgusto anche sulle labbra pi dolci, anche fra le braccia pi tenere. La nausea del mondo lo prende, l'enigma della vita lo tormenta; e, nella pi tetra disperazione, egli medita sull'infinita vanit del tutto. Don Giovanni si trasforma in Fausto.
Certo non  simpatico questo seduttore dal corpo affranto, dal cuore vuoto e dal cervello guasto; e perci forse Jos Zorrilla cred meglio ridargli, con l'ambiente mistico-religioso, pi laida e perversa, l'antica baldanza. Ma che possono mai gli sforzi isolati di uno o due scrittori contro una corrente? In mezzo al turbinio di tanti Don Giovanni, che finiscono ora pentiti ed ora impenitenti, ora santi ed ora indiavolati, la nota che domina sovrana  appunto il pessimismo.
Questa nota, per, nei popoli dell'Oriente slavo non si manifesta con gl'impeti della disperazione, ma con una tristezza immensa e rassegnata. C', infatti in tutta quella razza, una profonda melanconia ch' rassegnazione, fatalismo, cieca sommessione alle leggi della natura.
Ecco perch il Don Giovanni del Sacher Masoch (1864) pu anche sorridere, raccontando le sue tante avventure; ma si scorge subito che dietro quel sorriso, dietro quelle vanterie, si nascondono delle lagrime, molte lagrime!
Le sue idee non sono n cupe n rabbiose, ma tristi, infinitamente tristi.  un pessimismo, il suo, pi calmo e pi sereno degli altri, fors'anche pi profondo, ma non meno desolante.
Volete sapere le sue idee? Cercate quelle dell'autore e vi troverete di fronte n pi n meno che un seguace di Schopenhauer.
Ne volete una prova?
"Il godimento, fa dire l'autore a un vecchio errante, non ha niente di reale;  semplicemente la fine di un bisogno che ci divora. Eppure chi non corre dietro a questo vano miraggio? Il tormento vero per non  nella privazione, ma in questa attesa perenne della felicit, che non viene mai n pu mai venire. E la felicit, questo bene che par sempre cos vicino a toccarsi e sempre sfugge dinnanzi a noi, che cosa  mai? Io l'ho cercata dovunque s'agita il soffio della vita. La felicita non  forse la pace che invano cerchiamo quaggi? non  forse la morte? la morte che pure ci fa tanta paura? La felicit! Chi non l'ha cercata anzi tutto nell'amore, e chi non ha finito per sorridere tristamente al ricordo delle gioie immaginarie? Quale umiliazione a pensare che la natura accende in noi questo fuoco ardente sol per raggiungere gli arcani suoi fini! Le importa assai di noi! Ha profuso nella donna tante grazie, sol perch cos ella possa ridurci sotto il suo giogo e dirci: Lavora per me e per i miei bimbi. L'amore  la guerra dei sessi. Rivali implacabili l'uomo e la donna, dimenticano la loro innata ostilit in un momento di delirio e d'illusione, per separarsi di nuovo pi ardenti di lotta. Oh che follia credere a un patto eterno fra questi due nemici, come se si potesse cambiar legge alla natura e dire alla pianta: Fiorisci, ma senza appassire, senza portar frutti!.."
E Don Giovanni dice anche lui:
"Avete mai notato come sa ben servirsi la natura delle illusioni d'amore per renderci sempre suoi ciechi strumenti? Per natura l'uomo e la donna nascono nemici; e mentre la natura a nient'altro pensa che alla propagazione della specie, noi, nella nostra credula vanit, ci figuriamo invece ch'essa a una sola cosa miri: a renderci felici. Baie! Dal momento ch' nato un bambino, quasi sempre non vi  pi n felicit n amore: marito e moglie si considerano come due che abbiano fatto un cattivo affare; tutti e due restan delusi, senza che l'uno abbia ingannato l'altro. E intanto si ostinano a credere sempre che si tratta di esser felici, e si guardan torvo e si rimbrottano, in vece di accusare la natura, che, accanto all'amore, sentimento passaggiero, ha messo un sentimento tenace, l'affetto pei figli".
Ma chi  questo pessimista cos sereno, che pur vive in mezzo agli amori?
 un boiardo forte e simpatico. Nella sua prima giovinezza era ingenuo come un fanciullo e am con tutta la follia di un primo amore la bella sua sposa; poi vennero i figli, le noie, gli amici..., s'allontan, fu tradito... e divenne un gran seduttore Ma ora, in mezzo a tante avventure, fra le braccia di tante donne, cerca invano le carezze e i baci d'un tempo: la felicit coniugale  distrutta; la nostalgia di quei baci  tremenda.
"Tutte le donne sono mie, ora! egli dice, Pure il cuore non  mai preso. E poi che c'entra il cuore? Occorre un cuore pei figli, per gli amici, per la patria, ma per le donne? Ah! ah! nessuna mi ha pi ingannato da che le inganno tutte!".
E ride, e il suo riso  pi triste del pianto.
Oh! quanto siam lontani dal burlador cinico e volgare del Tellez, dal raffinato e scaltro peccatore del Molire, dallo strano idealista dell'Hoffmann pur tanto ribelle alle leggi della natura, dal disperato eroe del Lenau, e sopra tutto dal trivialissimo e lubrico delinquente di Jos Zorrilla! Basti dire che l'ultimo Don Giovanni spagnuolo, il redento da Donna Ines, ha sulla coscienza settantadue morti, e se ne vanta, e d sinanche il bollettino dei suoi amori; sei giorni: "uno per innamorare, un altro per ottenere, uno per abbandonare, due per sostituire e uno per dimenticare".
Il nostro boiardo, invece, una sola volta si  macchiato di sangue; ma non temete: era il sangue di un orso ch'egli, inerme quasi e con gran pericolo, affront arditamente un giorno, ai bei tempi del primo amore, per far piacere alla sua Nicolaia.
Niente pi dell'antica leggenda, grandiosa e spesso barocca, del convitato di pietra.  un dramma umano, questo, profondamente umano; un dramma "vero come la vita stessa", per dirla coi critici tedeschi; "un brano della storia naturale dell'uomo" secondo l'efficace espressione del Krnberger.
Peccato, per, che questo simpatico seduttore, tanto diverso dall'antico Don Giovanni, non trovi anche lui in realt cos bella la vita e non possa, tra baci, canti e sorrisi, lanciarle giocondo il grido di grazie!
Anch'egli canta,  vero, appena finita la sua storia, l, nell'osteria di villaggio, vuotando i bicchieri di tokai; ma  un canto assai doloroso, il suo. Sono i versi del poeta pessimista Karamsin, cos belli e cos dolci nella loro infinita tristezza.
Folle  chi crede incatenar l'amore! Ama ed inganna; fedelt  chimera; e cieco  chi vi spera!
...
Napoli, settembre 1895. Luigi Ferrara.
...
.
...
NOTE.
...
....
(1) I brevi cenni, che aggiungo, non hanno n pur lontanamente la pretesa di passare per una nota critica o per uno studio originale sul tipo artistico del Don Giovanni. Furono scritti, alcuni anni or sono, col solo scopo di rilevare il posto, che, a mio modo di vedere, spetta nella letteratura dongiovannesca al Don Giovanni del Sacher-Masoch. Li lascio quali erano allora nella mia modesta intenzione, perch, se volessi tornarvi su e renderli qualcosa di diverso, avrei troppo, forse tutto a rifare. E li lascio a ogni modo, perch, anche cos, come sono, potranno essere non assolutamente inutili a chi non cerca di pi. Per chi desideri invece consultare degli studi critici sul Don Giovanni e conoscere le controversie ad essi relative, indicher qui gli scritti pi recenti, ai quali rimando. F. DE SIMONE BROUWER, Don Giovanni nella poesia e nell'arte musicale, Napoli 1894. ARTURO FARINELLI, Don Giovanni. Note critiche, nel Giornale Storico della letteratura italiana, vol. 28, 1896 (Critica dello studio precedente, con nuove ricerche). F. DE SIMONE BROUWER, Ancora Don Giovanni, nella Rassegna critica della letteratura italiana del Percopo e dello Zingarelli, anno II, 1897. ARTURO FARINELLI, Cuatro palabras sobre Don Juan y la literatura donjuanesca del porvenir, nell'Honcenaye a D. Marcelino Menendez y Pelayo. Madrid, 1899. JOHANNES BOLTE, Der Ursprung der Don Juan-Sage, nella Zeitschrif fr vergleichende Litteraturgeschichte di Berlino, N. S. vol. XIII, fasc. 4-5 (1900).
(2) Nel suo ottimo studio: DON GIOVANNI; note critiche, Giornale Storico della Letteratura Italiana, Anno 27, fasc. 79.
(3) F. MARTINI, A Teatro, Firenze, 1895, pag. 28 e seg.
(4) Per raffronti fra i vari drammi sul Don Giovanni vedi anche il lavoro del DE SIMONE BROUWER: Don Giovanni nella poesia e nell'arte musicale. Napoli, 1894.
(5) V. FARINELLI, op. cit.
(6) Trovo nei Rispetti e Stornelli di Saverio Nurisio (Milano, Hoepli, 1886) questi versi, che rendono assai bene un canto dei fanciulli galliziani riportato dall'autore.
...
.
...
DON GIOVANNI DI KOLOMEA.
...
.
...
 triste l'esperienza de la vita!
dice una voce mestamente al core;
non fidar ne l'amore.
Esso  mortal; come ogni cosa muore.
 triste l'esperienza de la vita!
Non sii fedele, o fiore, a la farfalla;
ad altri amori tendon l'ali fugaci,
ad altri amor mendaci;
bocca novella  pi soave a i baci.
Non sii fedele, o fiore, a la farfalla.
Folle  chi crede incatenar l'amore!
ama ed inganna: fedelt  chimera,
e cieco  chi vi spera.
Cambiano ogni anno i fiori a primavera.
Folle  chi crede incatenar l'amore.
.
KARAMSIN-DANIEL.
...
.
...
La vettura ci portava  da Kolomea alla campagna. Era di sera e di venerd. "Venerd buon principio", dice un proverbio polacco; ma il mio cocchiere tedesco, un colono del villaggio di Mariahilf, sosteneva invece che il venerd fosse un giorno di cattivo augurio, perch di questo giorno era morto nostro Signore sulla croce, sacrificandosi per l'umanit.
Questa volta il mio Tedesco ebbe ragione, perch a una mezz'ora da Kolomea intoppammo in un picchetto di guardie campestri.
Alto l!... il passaporto!
Ci fermammo. Ma il passaporto? Le carte mie eran certo in regola; ma chi aveva mai pensato al mio Svedese? Egli se ne stava placidamente sul suo sedile; e, come se l'invenzione dei passaporti fosse una cosa ancor di l da venire, faceva schioccare la frusta e rimetteva dell'esca nella sua pipa. Senza dubbio si poteva scambiare per un cospiratore; e la sua faccia, d'una beatitudine insolente, pareva appunto provocare i contadini russi. Passaporto non ne aveva: benone! Essi fecero un'alzata di spalle: meglio ancora!
Un cospiratore! bisbigliano.
Attenti, amici; guardate bene! Tempo perso.
 un cospiratore.
Il mio Svedese si dimena sul sedile con aria imbarazzata, e mastica qualche parola in russo. Tutto  inutile. La guardia campestre conosce i suoi doveri. Chi oserebbe offrirle un biglietto di banca? Non io, certamente. Sicch ci arrestano e ci conducono alla vicina osteria, distante appena un centinaio di passi.
Di lontano sembrava che dei lampi guizzassero tratto tratto dinnanzi alla casa. Era la falce, inastata a baionetta, di un contadino, che faceva la sentinella sulla porta; e proprio al di sopra del fumaiuolo dell'osteria appariva la luna che rischiarava il contadino e la falce. Da una piccola finestra essa facea capolino nell'osteria e gettava, dentro, i suoi raggi come monete d'argento, mentre, anche fuori, colmava d'argento le pozze d'innanzi alla casa, come per far stizzire l'avaro Ebreo....; voglio dir l'oste, il quale ci ricevette sulla soglia, manifestando la sua viva gioia ai rispettabili ospiti con una specie di lamentazione monotona.
Dondolandosi come un'anitra, egli m'imbratt con un bacio la manica destra e per simmetria anche la sinistra; poi sgrid i contadini perch avevano arrestato "un tal signore.... un....", non sapeva trovare nessun'altra espressione, "...un signore come me, ch'era austriaco da cima a fondo, che aveva di nero e giallo non solo l'aspetto ma anche l'anima; l'avrebbe giurato sulla Thora..."; e sbraitava e si agitava, come se avessero fatto a lui il peggiore dei torti.
Lasciai intanto il mio Svedese coi cavalli, tenuto a vista dai contadini, e me ne andai a salvare il nero e giallo dell'anima mia nella sala comune, dove mi distesi su di una panca che girava intorno a un'enorme stufa.
Ma presto mi annoiai, poich l'amico Moschku era tutto affaccendato a versare ai suoi avventori acquavite e novit; solo qualche volta egli si avvicin a me, e, saltato come una pulce sull'ampia tavola, stette a sentirmi immobile, tentando di entrare in discorsi politici e letterarii.
Niente: io mi annoiavo e guardava attorno per l'osteria.
La tinta predominante era quella del verderame.
Una lampada a petrolio scarsamente alimentata spandeva nella sala una luce verdastra; una muffa verde tappezzava le pareti, l'enorme stufa quadrata sembrava verniciata col verderame, dei ciuffi di muschio si facevano strada a traverso le pietre del pavimento. Un fondaccio verde nei bicchierini, del verderame autentico sui piccoli boccali di latta in cui i contadini bevevano comodamente, gettando sul banco le loro monete di rame. Una vegetazione glauca aveva invaso il formaggio portatomi da Moschku. Sua moglie sedeva dietro la stufa in veste da camera gialla a fiorami verde-prato e cullava il suo bambino verde-pallido. Del verderame sulla trista faccia dell'Ebreo, del verderame intorno ai suoi occhietti irrequieti, intorno alle sue sottili e mobili narici, negli angoli aspri della sua bocca che si storceva e ghignava.
Vi sono delle facce che inverdiscono col tempo come il rame vecchio; sicuro; e il mio Ebreo aveva appunto una di queste facce.
Il banco mi separava dai consumatori, ch'erano aggruppati intorno ad una tavola lunga e stretta; la maggior parte contadini dei dintorni. Discorrevano sommessamente, avvicinando le loro teste crespe, melanconiche, inverdite dai riflessi. Uno mi sembr il diak, il cantore della chiesa. Egli infatti teneva cattedra, palpando una larga tabacchiera che per annusava lui solo, per un tal qual rispetto, mentre faceva ai contadini la lettura di un giornale russo, mezzo guasto dalla muffa e dal verde. Tutto ci senza rumore, gravemente, dignitosamente.
Al di fuori la guardia cantava una malinconica canzone, i cui suoni sembravano venire assai di lontano, vaganti intorno all'osteria come spiriti lamentevoli, che non osassero entrare in mezzo a quel gruppo di viventi che bisbigliavano. Dalle fenditure ed aperture la malinconia s'insinuava sotto tutte le forme: muffa, chiaro di luna, canzone.
Anche la mia noia si mutava in malinconia, in quella malinconia tutta propria della nostra razza ch' rassegnazione forte e serena, sentimento profondo dalla fatalit. E la mia noia era fatale come il sonno, come la morte!
Il cantore era arrivato, col suo giornale inverdito, ai morti, ai nati, ai corsi di borsa e agli orari delle ferrovie, quando d'un tratto si sentirono, di fuori, uno schiocco di frusta, uno scalpito di cavalli e delle voci confuse.
Vi fu un silenzio.
Poi s'intese una voce estranea, che si mischi a quella delle guardie. Era una voce di uomo, una voce che rideva, ch'era come piena di una musica gaia, franca, superba, e che non temeva le persone a cui si rivolgeva. Rison sempre pi vicina, finch un uomo comparve sulla soglia.
Mi rizzai; ma non vidi che la sua alta e snella statura, poich egli entrava a ritroso, parlando sempre ai contadini, disinvolto, con un tono di celia.
Ma fatemi il piacere, miei cari, di riconoscermi una buona volta. Ho forse l'aria di una spia, io? Guardatemi, dunque. Pu mai il comitato nazionale andarsene per la strada imperiale, col tiro a quattro, senza passaporto? Vi par che esso abbia tempo da perdere con la pipa in bocca, come me? Su, dunque, fratelli, siate ragionevoli, ve ne prego.
Si videro allora comparire sull'uscio due o tre teste di contadini e altrettante mani che si grattavano il mento, come per dire: "ecco un piacere che non possiamo farti, fratello".
Sicch non volete persuadervi..... a nessun costo?
Impossibile.
Ma son dunque un Polacco? Volete che mio padre e mia madre fremino nella loro tomba, al cimitero di Czernelica? Non hanno forse i miei antenati combattuto contro i Polacchi, sotto il cosacco Bodgan Chmielnicki? E in quante battaglie! A Pilawce, a Korsun, a Batow, alle Acque gialle! Non sono andati con lui all'assedio di Zbaraz, dove i Polacchi si eran pure accampati, seduti o in piedi, a piacere?... Via! fatemi il piacere di lasciarmi partire...
Impossibile.
N meno se il mio bisavolo ha fatto l'assedio di Lemberg, sotto l'hetman Dorozenko? Allora, ve l'assicuro, le teste dei gentiluomini polacchi non costavano pi delle pere... Ma statevi bene, e lasciatemi andare.
Impossibile.
Impossibile davvero?... sul serio?
Sul serio.
Tanto peggio; e statevi bene egualmente.
Il forestiero si rassegn, senza rammarico. Entr col viso rivolto dalla parte opposta alla mia, inchin leggermente il capo ai salamelecchi dell'Ebreo, e sedette dinnanzi al banco, volgendomi le spalle.
L'ostessa si smosse, lo guard, pos sulla stufa il suo bimbo addormentato e si avvicin alla tavola. Aveva dovuto esser bella un tempo, quando Moschku la spos; ci scommetterei. Ora, la sua fisonomia aveva un non so che di singolarmente aspro. Il dolore, la vergogna, i calci, le frustate hanno lungamente tormentato questa razza, sino a dare a tutti questi volti quella espressione vivace e abbattuta, mesta e faceta, umile e astiosa ad un tempo. Essa curvava le sue alte spalle; le sue mani diafane scherzavano con un bicchierino; il suo sguardo si fiss sul nuovo arrivato. Un'anima di fuoco, vibrante di desiderio, si sprigionava dal voluttuoso languore dei suoi grandi occhi neri e, come un vampiro uscente dalla tomba di un essere umano in putrefazione, si avventava sul bel volto del forestiero. Costui era bello davvero; si chin verso di lei, per disopra al banco, gett come la luna dell'argento, ma delle vere monete d'argento, sulla tavola, e chiese una bottiglia di vino.
Va! disse l'Ebreo a sua moglie.
La poveretta si curv di pi, e se ne and, con gli occhi chiusi, come avvolta nel sonno.
Moschku allora si accost alla tavola e, rivolgendosi a me, mi disse sottovoce:  un uomo pericoloso, assai pericoloso! E scosse la sua piccola testa prudente dai folti ricciolini.
Ci attrasse l'attenzione del forestiero, che, volgendosi subito intorno, mi scorse, si alz, si cav di testa il suo berretto tondo di pelle di montone e fece gentilmente le sue scuse. Gli resi il saluto. La cortesia russa si  talmente incarnata nella lingua e nei costumi, ch' quasi impossibile, per quanto uno si sforzi, di sorpassare la tenerezza insinuante delle frasi fatte. Pure ci salutammo con pi affabilit che l'uso non richieda.
Quando tutti e due ci fummo dichiarati pi volte "umilissimi servitori, pronti a gettarci l'uno ai piedi dell'altro", l'uomo pericoloso si sedette dirimpetto a me e mi domand il permesso di poter riempire la sua pipa. Fumavano i contadini, fumava il diak, sinanche la stufa fumava; e lui doveva starsene a guardare? Gli detti tutto quel che volle. Figuratevi: me l'aveva chiesto "per misericordia", nientemeno! E cos egli riemp la sua lunga pipa turca.
Questi contadini! sospir poi allegramente. Ma dica lei stesso: anche a cento passi, mi potrebbe mai prendere per un Polacco?
No, certo.
E intanto veda, mio caro! aggiunse con uno slancio di riconoscenza; si provi un po' a dirlo a quella gente l. Cav dalla sua borsa una pietra focaia, vi pose sopra un pezzo di esca e si mise a battere col suo coltello.
Eppure l'Ebreo parla di lei come di un uomo pericoloso.
Ah! s... E guard la tavola sorridendo. Il mio Moschku vuol dire... per le donne. Ha notato come ne ha mandato via la sua?  una di quelle che prendon fuoco cos facilmente!
Anche l'esca prese fuoco. Egli la mise nella pipa e subito ci avvolse in una nebbia densa e azzurrognola, mentre con gli occhi modestamente chini continuava a sorridere.
Potetti allora esaminarlo.
Era senza dubbio un proprietario, poich vestiva molto bene, aveva una borsa da tabacco riccamente ricamata, e modi da gentiluomo; uno dei dintorni o almeno del circondario di Kolomea, perch l'Ebreo lo conosceva; un Russo, lo aveva detto egli stesso, e del resto non abbastanza chiacchierone per un Polacco. Era un uomo che poteva piacere alle donne. Niente di quella pesante vigoria, di quella rozzezza brutale, che presso altri popoli passa per virilit: era di una bellezza nobile, svelta, graziosa; ed in tutti i suoi movimenti rivelava una energia elastica, una tenacit a tutta prova. I capelli bruni e lisci, la barba folta, tagliata corta e un po' arricciata, ombreggiavano il suo viso regolare, bronzato dal sole.
Non era molto giovane, ma aveva degli occhi azzurri pieni di riso, degli occhi di bimbo. Una dolce, inalterabile bont era diffusa su quel volto bruno e sulle tante rughe che la vita vi aveva profondamente solcate.
Si alz e si dette a camminare su e gi per la sala dell'osteria. I larghi calzoni stretti nelle pieghe di stivali gialli, i fianchi cinti di una sciarpa multicolore sotto l'apertura di un ampio abito, il berretto di pelliccia in testa gli davano l'aria di uno di quei vecchi boiardi, prudenti e valorosi che sedevano in consiglio con Vladimiro e Jaroslaw e guerreggiavano con Igor e Roman. Per le donne, certo, poteva esser pericoloso; lo credevo volentieri, poich, a vederlo passeggiare per lungo e per largo, col sorriso sulle labbra, io stesso provavo un certo piacere.
L'Ebrea intanto ritorn con la bottiglia di vino, la pos sulla tavola e sedette di nuovo dietro la stufa, con gli occhi ostinatamente fissi su di lui. Il mio boiardo si avvicin e stette a guardar la bottiglia, come aspettando qualcosa.
Una bottiglia di tokai, disse ridendo,  ci che meglio pu sostituire il sangue caldo di una donna. E pass la mano sul cuore, come a comprimerne i palpiti.
Lei certo aveva... e mi arrestai temendo di essere indiscreto.
Un appuntamento? Proprio! comp lui prontamente. E ammiccando con gli occhi, cacci dalla pipa densi sbuffi di fumo e scosse la testa. Un appuntamento! Lei m'intende. E che appuntamento! Senta: io.... ho fortuna con le donne, una fortuna a dirittura straordinaria. Se mi si lasciasse in cielo, fra le sante e le vergini, il cielo stesso diverrebbe forse... Dio mi perdoni il peccato. E lei mi creda, di grazia.
Oh! le credo, si figuri.
E bene, guardi un po'.  proprio il caso del proverbio: "quel che non dici al tuo migliore amico o a tua moglie, lo dirai a un forestiero che incontri sulla via".... Stura la bottiglia, Moschku, porta due bicchieri... e lei, prego, beva del tokai con me e lasci ch'io le racconti le mie avventure. Avventure rare, preziose come un autografo di Golia il Filisteo... Non dico come i danari che spinsero Giuda Iscariota a vendere nostro Signore, perch, a furia di vederne tanti per le chiese, qui, in Gallizia e in Russia, comincio a credere che egli non abbia poi fatto un cos cattivo affare... Ma Moschku...
L'oste venne saltellando, fece qualche inchino, tir di tasca un cavaturaccioli, fece cadere a piccoli colpi la cera, soffi sopra, poi strinse la bottiglia fra i suoi magri ginocchi e stur lentamente, con smorfie orribili. Dopo, soffi ancora una volta nella bottiglia, per far le cose a modo, e vers il tokai dorato nei due bicchieri pi puliti che possono essere tollerati in Israele. Il forestiere alz il suo verso di me: Alla sua salute!
Era sincero, perch vuot tutto il bicchierone d'un sorso, e non era affatto un bevitore, poich prima di bere non aveva n assaggiato, n fatto spracche con la lingua.
L'Ebreo, che lo guardava, disse timidamente:
 un grande onore per noi, che il nostro benefattore, passando, ci faccia una visita. E che bella salute! Sempre sulla breccia.
Per sottolineare questa osservazione, Moschku volle prendere un'aria da leone e credette perci indispensabile aprir le sue braccia, quelle povere braccia simili a due anse staccate pari pari da un vaso di Pompei, e sgambettare in cadenza come in un pigiatoio.
E come stanno la buona benefattrice e i cari ragazzi?
Bene, bene.
Il mio boiardo si riemp un secondo bicchiere e lo vuot, tenendo per gli occhi bassi, quasi vergognoso. Allontanatosi l'Ebreo, mi gett uno sguardo imbarazzato, ed io mi accorsi ch'era fatto rosso come di fuoco. Tacque per qualche tempo, continu a gettar del fumo dinnanzi a s, mi vers da bere, infine riprese sottovoce:
Io devo sembrarle assai ridicolo. Il vecchio scimunito, penser lei certamente, ha moglie e figli a casa, e vuole intanto parlarmi dei suoi romanzi, dei suoi appuntamenti e delle sue lettere d'amore. Per carit, non dica nulla; lo so. Ma innanzi tutto, veda, discorrere con un forastiero  un piacere e un dovere di cortesia insieme; e, quand'altro non fosse, mi scusi,  strano, proprio strano. C'incontriamo; forse non ci rivedremo mai pi; potrebbe anche non importarci dell'opinione che si serber di noi; ma no; non  cos, ci preme... a me, almeno. Sicuro, io non voglio farmi bello con lei: sono un seduttore impenitente, un vero impasto di sensualit e di vanit; racconto le mie avventure a tutti, perch tutti me le invidiano, poich sarei l'uomo pi infelice del mondo se restassero sconosciute... Eppure questa sera mi son reso ridicolo..
Volli interromperlo.
No, lasci stare,  proprio cos: ridicolo. Dovrebbe sapere la mia storia... Tutti qui la conoscono; lei solo la ignora. Creda pure, si diventa vanitosi, ridicolamente vanitosi, quando si piace alle donne. Si desidera la gloriola e la buona opinione dovunque, si dispensa la moneta ai mendicanti sulla strada e la propria storia agli estranei negli alberghi. Oh!  davvero ridicolo! Meglio, oramai, che le racconti tutto. Abbia la compiacenza di ascoltarmi. Io non so, ma c' qualcosa in lei che m'inspira confidenza.
Lo ringraziai.
S, s. Altrimenti che ce ne faremmo rinchiusi qui dentro? Carte da gioco non ne hanno. Almeno cos credo io... Posso aver torto... Ma che!... Ricorda quel proverbio ch' sulla bocca dei nostri contadini? "Un buon uccello non imbratta il suo nido?" E bene, io non sono cos, io sono un uccello leggero, un uccello gaio... Ancora una bottiglia di tokai, Moschku!... Voglio raccontarle la mia storia.
Poggi la testa fra le mani, come per raccogliersi, e nella sala fu silenzio. Di fuori risonava da capo il canto lugubre della guardia campestre, che ora veniva assai di lontano come una nenia funebre, ora assai vicino e sommesso come se l'anima del nostro forestiero si spandesse in vibrazioni dolorosamente allegre, infinitamente dolci.
Lei  dunque ammogliato? chiesi io infine.
S.
 felice?
Si mise a ridere; e il suo riso era schietto come il riso d'un bimbo. Non so perch, ebbi un brivido.
Felice? ripet lui. Che cosa vuole che le dica? Ci rifletta, di grazia, su questa parola: felicit!...  proprietario, lei?
No.
Ma via, s'intender un po' d'agricoltura? Certo. Ebbene, veda, la felicit non  come un villaggio o una terra che appartenga a qualcuno,  invece come un affitto. M'intenda bene, la prego: come un affitto. Chi si vuole stabilire per sempre deve lasciare i maggesi secondo le rotazioni, concimare, regolare il taglio dei boschi, preparare i vivai, costruir qualche strada... Qui si prese la testa fra le mani come dubbioso. Dio buono! il proprietario fa per la terra quel che farebbe pei figli. S, proprio cos! Ma che! Bisogna profittare, battere il ferro mentre  caldo: meglio questo che un altro anno, meglio oggi che domani. Questo si chiama godere: sfruttare pure il campo; spopolare il bosco, distruggere i pascoli, lasciar crescere l'erba per le viottole e sui granai, e quando tutto  scombussolato da cima a fondo, se la stalla minaccia rovina ogni momento gridar: bene; se anche il granaio se ne crolla: meglio ancora. Resta in piedi la casa; ed ecco tutto. A meraviglia, a meraviglia! Questo si chiama godere, inebriarsi della vita... Ecco la felicit! Allegri, allegri!
La seconda bottiglia di tokai fu sturata ed egli si affrett a riempire i bicchieri.
Che cos' mai la felicit? grid ancora.  un soffio, veda, e mand un alito nell'aria, Ecco: guardi, guardi, e lo mostr col dito. Dov' adesso?... Un attimo, un secondo, nell'ora, la lancetta gira..  finito!.. E questo canto della guardia! Senta con che flebile cadenza nelle ultime note s'innalza e vola... e fluttua lievemente nell'aria. Pare che non abbia mai fine. Esso ci porta lontano, lontano.... sempre lontano.... l.... finch si perde nella notte profonda... per sempre... Questa  la felicit.
Tacemmo tutti e due per qualche tempo. Infine con aria piuttosto allegra egli riprese:
Di grazia, mi potrebbe dire perch tutti i matrimonii, o almeno la maggior parte, sono infelici?... Ma lei forse vuol contraddirmi...
Io? No; tutt'altro!
Tanto, veda, questo  il fatto! Chi lo accetta cos com', senza rifletterci su, oppure senza opporvisi,  un uomo debolissimo sotto ogni aspetto... Per me, io credo che bisogna sottostare solo al fato, al destino, a ci che  in natura, come l'inverno, la notte, la morte. Ma  proprio fatale che i matrimonii debbano essere generalmente infelici? Le par questa una fatalit, una regola, una vera legge di natura?
Il mio boiardo parlava col calore di uno scienziato che sostiene la sua tesi. Evidentemente doveva esser sicuro di ci che diceva. L'espressione degli occhi suoi nel guardarmi non aveva niente di grave, ma solo una curiosit intensa.
Che cosa  dunque che rende infelice la maggior parte dei matrimonii? ripetette. Lo saprebbe lei forse?
Me ne uscii con una di quelle scempiaggini che comunemente si dicono.
Ma scusi, interruppe, questo son cose che si leggono nei libri tedeschi. Oh s! Lei li legger volentieri; lo credo. Io pure ... Ma, veda! ci si prendono certe idee, certe espressioni, ci si acquista... non saprei... l'abitudine delle frasi fatte: ecco. Anch'io potrei dire: "Mia moglie non ha corrisposto alle mie aspirazioni" oppure "essa non mi ha capito" e ancora: "come  triste il non esser compreso!..... Io sono un uomo diverso dagli altri, ho pensieri e sentimenti tutti miei, e mi vedo deluso o non trovo una donna che m'intenda e cerco sempre!" Queste frasi lei le conosce; ma son tutte bugie, son tutte bugie. Sopra tutto, mio caro, ha notato come davvero ogni uomo  bugiardo? Non vi sono che due classi in cui dividere gli uomini: nell'una e nell'altra s'inganna, da una parte gli uomini materiali di cui si parla nei libri, dall'altra gl'idealisti, come i Tedeschi li chiamano, ossia quelli che ingannano s stessi.
Io stavo a sentirlo attentamente; l'uomo cominciava a interessarmi.
Egli bevve ancora tutto un bicchiere di tokai. Era in vena, ora; i suoi occhi scintillavano, la lingua gli si era snodata, e le parole fluivano limpide, abbondanti.
Ebbene, che cos' che rende i matrimonii infelici? chiese di nuovo e poggi le mani sulle mie spalle, come se volesse stringermi al cuore. Ci pensi, signore: sono i figli!
Ma, caro amico, gli dissi, guardi un po' questo Ebreo e sua moglie, che tirano innanzi cos miseramente la vita... Non si sarebbero forse sbandati l'uno di qua e l'altra di l, come cani, se non fosse stato pei figli?
Scosse la testa premurosamente, e stese in alto le mani come per benedirmi.
 cos,  cos, fratello; proprio cos, non altrimenti che cos... creda, creda pure.... Gi, non deve che ascoltare la mia storia.
Nella mia prima giovent ero un semplicione... come dire?.... un ingenuo. Avevo paura delle donne. Quando invece montavo a cavallo, allora s ch'ero un uomo. Spesso prendevo il mio fucile e via nei campi, per monti, per valli e per boschi. Ma io non voglio qui raccontarle degli aneddoti di caccia; le dir soltanto che, incontrando l'orso, lo lasciavo avvicinare e poi: "Hopp, fratello!" gridavo. L'animale si rizzava, io ne sentivo l'alito e gli assestavo una palla nella macchia bianca, giusto in mezzo al petto. Ma quando vedevo una donna, la sfuggivo. Se mi parlava, arrossivo, balbettavo... Un vero ingenuo, sa. Credevo sempre che una donna avesse solamente i capelli pi lunghi e gli abiti anche pi lunghi, e che questo fosse tutto. Proprio un ingenuo! Gi, lei sa come si  da noi. Gli stessi domestici non le parlano mai di certe cose; si divien grandi, si ha gi quasi la barba al mento e non si sa perch il cuore ci batte quando si guarda una donna. Un vero ingenuo, le dico.
E poi quando seppi... oh! allora credetti di aver a dirittura scoperto l'America o almeno qualche nuovo pianeta... Ricorda i ragazzi che si trovano per la prima volta in acqua quando non ne sanno uscire e nuotano improvvisamente come i gamberi? Ebbene, cos fu di me. M'accesi allora tutt'a un tratto, non so come... Ma io la sto annoiando, certo...
Anzi, la prego.
Bene. M'innamorai. Si figuri che il mio povero padre s'era messo in testa di voler far dare lezioni di ballo a me e a mia sorella. Fece venire un piccolo Francese col suo violino; e vennero anche i proprietari dei dintorni coi figli e con le figlie. Era un lieto ritrovo di vicini. Si conoscevano tutti ed era una bella cosa. Io solo tremavo tutto. Il mio piccolo Francese, senza tanti preamboli, allinea le coppie come gli salta in testa, mi prende per una manica e prende anche una signorina del nostro vicino, una fanciulla, le assicuro, che incespicava ancora nella sua veste lunga e aveva delle trecce bionde che le scendevano sin dietro le spalle.
Eccoci in ordine, dunque; essa mi teneva per mano... poich io... io ero morto per lei; e cos ballammo. Ma io non la guardavo, le nostre mani soltanto, l'una nell'altra, bruciavano. Alla fine ecco il segnale: "Messieurs!"... Ognuno si ferma dinnanzi alla sua dama a piedi giunti, lascia cadere la testa sul petto come se gliel'avessero tagliata, inarca le braccia, le prende la mano per la punta delle dita e gliela bacia... Il sangue mi sal al cervello. Essa mi fece la sua riverenza e quando alzai la testa era tutta rossa e aveva degli occhi... che occhi!
Qui il mio amico chiuse i suoi e si tir indietro.
"Bravo, Messieurs!" Io ero libero. D'allora in poi non ballai pi con lei.
Era la figlia di un vicino. Bella? Come le devo dire? Bella!... Una figurina gentile, direi piuttosto. Ogni settimana c'era lezione di ballo. Io non le parlavo n meno, ma quando essa ballava la cosacca col braccio graziosamente poggiato sul fianco, la divoravo con gli occhi; e quando essa si voltava a guardarmi, accennavo col fischio a mezz'aria e facevo un'allegra giravolta sui tacchi. Gli altri giovani s'indugiavano a baciar la sua mano come a succhiar dello zucchero, e facevano a gara per raccogliere il suo fazzoletto; ma lei riversava indietro, con una scossa, le sue trecce, e mi cercava con gli occhi.
Quando essa andava via, allora diventavo un eroe e mi azzardavo a farle lume per la gradinata, arrestandomi sull'ultimo gradino. Ella s'imbacuccava comodamente, abbassava il suo velo, salutava tutti gentilmente con la testa; la gelosia mi rodeva; e quando il tintinno dei campanelli non si sentiva pi che nel lontano, ero ancora l, con la bugia in mano e con la candela che scorreva... Un ingenuo proprio, le ripeto.
Poi le lezioni di ballo finirono; e stetti per molto tempo senza vederla. Allora mi svegliavo la notte, dopo aver pianto senza saper perch; imparavo a memoria dei versi d'amore, che recitavo l, enfaticamente, al mio armadio; talvolta riprendevo animo e fantasticavo, oppure afferravo la chitarra e mi mettevo a cantare, finch il nostro vecchio cane di caccia usciva di sotto alla stufa, levava il muso in aria, e abbaiava.
Venne la primavera, ed io ebbi l'idea d'andare a caccia. Dopo aver vagato di qua e di l per la montagna, stavo per sdraiarmi sull'orlo di un burrone, cercando una comoda posizione, quand'ecco, sento uno scricchiolo di rami, e vedo, attraverso la folta boscaglia, un orso enorme, che se ne veniva gi bel bello... Non fiato pi, e nel bosco  silenzio... Un corvo a un tratto mi svolazza sul capo crocidando... Un'immensa paura mi prende, mi faccio la croce, rattengo il respiro, e non appena l'orso  passato, scatto su, e via a gambe, con la furia del vento.
Era il tempo della fiera... Scusi, sa, se le racconto tutto cos, alla rinfusa... M'avvio dunque alla fiera, e come arrivo... c' anch'essa... Guardi un po', dimenticavo il meglio; non le ho detto ancora il suo nome: Nicolaia Senkow... Aveva ora un portamento da regina; le trecce non le pendevano pi dietro le spalle, ma erano rialzate sulla testa e formavano come un cerchio d'oro: camminava con una disinvoltura adorabile, con un lieve dondolo, imprimendo alla veste delle ondulazioni dal fruscio ammaliante. Bastava quel solo fruscio per far perdere la testa...
Il chiasso della fiera continua e si spande intorno: contadini che trottano nei loro pesanti stivali, Ebrei che si slanciano attraverso la folla, e da per tutto schiamazzi, lamenti, risa, monelli che han comprato dei fischietti di legno e assordano il mondo... Con tutto ci essa mi ha scorto subito.
Io mi fo animo, mi guardo intorno e penso: "se andassi ad offrirle quel sole? Le farebbe assai piacere! E poi che cosa potrei darle di pi?" Scusi, sa, era un sole di pan pepato d'un bel color d'oro, che mi colp subito di lontano e mi fece restare a bocca aperta, come il nostro parroco quando deve seppellir qualcuno per l'amor di Dio. Basta; con un'audacia del diavolo, vado, getto il mio pezzo da venti, e compro il sole. Poi, a grandi passi, raggiungo la mia fanciulla, le afferro un lembo della veste, facevo uno strappo alle convenienze pur troppo, ma si arriva sino a questo punto, quando si ama davvero..! la fermo dunque e le offro il mio sole... Ora che cosa crede lei che facesse la mia Nicolaia?
La ringrazi certamente.
Ringraziare!... Essa!... Essa mi rise in faccia, rise anche suo padre, rise sua madre, risero le sorelle, le cugine, tutti i Senkow risero! Per poco non mi credo ancora al burrone, alle prese con l'orso; vorrei fuggire, ma ho vergogna; e i Senkow a ridere a ridere... Essi son ricchi, mentre noi siamo cos... della gente agiata. Allora mi caccio le mani in tasca e le dico: "Non  bello, Pana Nicolaia, ridere cos. Mio padre non mi ha dato che questa moneta da venti per la fiera, ed io l'ho data per voi come un principe potrebbe dare i suoi venti villaggi... Sicch vi prego..." Non potetti continuare: le lagrime mi soffocavano... Un vero ingenuo, ripeto... Ma la Pana Nicolaia prende fra le mani il mio sole e se lo stringe al petto e mi guarda... I suoi occhi erano cos grandi, cos grandi, che mi sembravano pi vasti dell'universo, e cos profondi, che mi attiravano come l'abisso. E mi pregava, mi pregava col suo sguardo, movendo sinanche le labbra...
Gettai un grido: "Sono uno sciocco, Pana Nicolaia! Vorrei poter strappare il sole dal cielo, il vero sole sfolgorante del buon Dio per metterlo ai vostri piedi... Ridete pure, ridete..." Ma ecco arrivar furiosamente la britschka di un conte polacco: sei cavalli, lui a cassetta, la frusta in aria, e gi di gran corsa in mezzo alla fiera. Che pazzia! trottare a quel modo! Urli d'ogni parte; un Ebreo ruzzola per terra, i miei Senkow fuggono; soltanto Nicolaia resta immobile e non fa che stender la mano verso i cavalli. Io l'afferro, la sollevo; essa mi butta le braccia al collo. Tutti gridano, ed io invece avrei fatto dei salti di gioia, cos, con quel dolce peso sulle braccia. Ma la vettura  passata e devo posarlo a terra. Un momento solo, le dico! E quel polacco d'inferno! Scappare in un lampo!
Ma io le racconto tutto ci senz'ordine, com' successo... Sar breve...
No, no, protestai. Noi altri Russi ci prendiamo gusto a raccontare e a sentir raccontare. Continui pure. E mi stesi sulla mia panca. Egli vuot la pipa e la riemp di nuovo.
Del resto, riprese, poco male; tanto ci troviamo in arresto... Senta dunque il seguito della mia storia.
Il conte polacco ci aveva separati dalla coraggiosa famiglia. I miei Senkow erano dispersi ai quattro venti. Crede lei ch'io li cercassi? Pana Nicolaia si era dolcemente appoggiata al mio braccio, ed io la riconducevo presso i suoi, vale a dire, mi guardavo sempre intorno per intravederli di lontano e sviare a tempo, cacciandomi in un'altra fila di baracche. Io vado a testa alta fiero come un Cosacco e discorriamo. Di che mai? Ecco una donna che vende delle brocche. Pana Nicolaia sostiene che per l'acqua convengono pi quelle di terra, ed io quelle di legno, tanto per dir qualcosa; essa loda i libri francesi, io i tedeschi; essa i cani, io i gatti. Le contraddicevo per sentirla parlare... Che grazia quando si stizziva! E quella voce!... Una musica, le assicuro. Alla fine i Senkow mi avevano accerchiato come una selvaggina. Impossibile scansarli. Gira gira, ci troviamo proprio nelle braccia di papa Senkow. Il brav'uomo voleva l per l tornare a casa. Bene! Avevo riacquistato ora tutto il mio coraggio: alzo la voce per chiamare il cocchiere e gli dico nettamente la strada. Aiuto prima la signora Senkow a montare in carozza, poi vi spingo pap Senkow, e subito, sa, metto un ginocchio a terra perch Nicolaia possa poggiarvi un piede dopo l'altro e slanciarsi al suo posto. Vien dopo la volta delle sorelle e delle cugine: ancora una mezza dozzina di mani da baciare; poi il cocchiere sferza i cavalli e via...
... vero, scusi, ch'io torno a raccontare cos, saltando di palo in frasca... e non riesco, per quanto faccia, a liberarmi di questa mia cattiva piega... Ma mi ci trovo di pi, altrimenti andrei troppo per le lunghe. E poi siamo in arresto!
Ah! quella fiera!
Mi ci vendetti, le dico, anima e corpo. D'allora andai attorno come una bestia che ha perduto il padrone. Non mi ritrovavo pi.
L'indomani montai a cavallo per fare una visita al villaggio dei Senkow, e vi fui assai ben ricevuto. Nicolaia era pi seria del solito, e la sua testina s'inchinava in un mesto abbandono. Divenni malinconico anch'io; la guardavo e pensavo: "Che hai dunque? Io son tuo, son cosa tua, tua creatura; fa di me quel che vuoi, son tutto tuo; perch non sorridi?".. Non sapevo che cosa potesse desiderare di pi.
Le mie visite ai Senkow divennero allora pi frequenti.
Una volta le dissi: "Permettetemi di non mentir pi." Mi guard meravigliata. "Voi mentire!", "Sicuro; io dico sempre che sono il vostro servo, che l'anima mia vi appartiene, che mi getto ai vostri piedi, che bacio le vostre orme, e non sono e non faccio niente di tutto ci. Permettetemi di non mentir pi." E, creda pure, io... io in quel momento stesso cessai di mentire.
Di l a qualche tempo il nostro vecchio Cosacco diceva ai domestici: "Il nostro signorino si vuol far santo, guardate che macchie ai ginocchi!"... Proprio cos!
Ora devo raccontarle di un cane.
Il villaggio dei Senkow era pi del nostro vicino alla montagna. Essi avevano dei grandi pascoli per le mandre di pecore nei dintorni del bosco, con un parco cinto da una buona murata. La notte i pastori accendevano dei fuochi, avevano delle mazze ferrate, un vecchio fucile a una canna e parecchi mastini; tutto ci, perch si era vicini alla montagna, perch i lupi e gli orsi vi passeggiavano come i polli e vi si moltiplicavano come gli Ebrei.
Vi era l un mastino nero. Lo chiamavano Kohle, cio carbone.
Infatti era nero come il carbone e aveva degli occhi che scintillavano come brace.
Era il grande amico di mia... ma che dico?... Scusi, sa... Arross leggermente e abbass gli occhi.
Kohle dunque era l'amico della Pana Nicolaia. Quando essa era ancora una bimba e si voltolava sulla sabbia ardente, Kohle, piccino anche lui, veniva a lambirle la faccia, e la fanciulla faceva scorrere le sue piccole dita fra quei grossi denti; e rideva, e il cane rideva pure.
Crebbero insieme. Kohle divenne grande e forte come un orso; Nicolaia sembrava in ritardo al confronto; ma non cessarono per questo di amarsi. Poi, col tempo, Kohle venne al gregge... non gi perch gli avessero assegnato quel posto, me lo lasci pur dire, ma perch era di natura s generoso che aveva sempre bisogno di proteggere qualcuno. Alla distanza di un miglio non si sarebbe trovata una bestia simile. Se sbranava un cane, era per vendicarne un altro. Il lupo lo fuggiva e l'orso non si faceva vedere quand'esso era di guardia.
Fu cos che il mio Kohle prese a proteggere le pecore. Povere bestie sempre spaventate! Era proprio il caso! Venne dunque al gregge e d'allora in poi non fece pi che qualche rara visita alla casa; e quando ritornava, gli agnelli facevano a gara per andargli incontro a salutarlo, ed egli si voltava a destra e a manca e li lambiva con la sua rossa lingua, come per dire: "Bene, bravo, lo so, lo so"... Nicolaia, a sua volta, veniva a vedere il pascolo, ed erano tutti e due puntualissimi. Ma se la fanciulla qualche volta non compariva, il cane mugolava e, invece di avviarsi alla casa, prendeva pel bosco dove si divertiva a turbare gli amori del lupo.
Era un cane veramente maestoso. Quando Nicolaia arrivava, le menava dinnanzi i piccoli agnelli; e quando essa gli si sedeva sul dorso, la portava cos, leggiero e superbo. Sapeva bene quel che portava.
Quando io lo conobbi era gi vecchio; aveva i denti logori e una gamba storpia; e gli accadeva spesso di lasciar perdere qualche agnello.
In quel tempo si parlava molto di un orso mostruoso, che si aggirava nei dintorni e che si era lasciato vedere sinanche dai Senkow.
Pensai subito al mio orso del burrone, e ne provai una certa vergogna.
Un giorno, andando come sempre dai Senkow, veggo dei contadini attraversar la strada e venir gi di tutta furia verso il pascolo; un corri corri; do di sprone al cavallo, e sento di lontano gridare: "all'orso! all'orso!" L'ansia mi prende, mi slancio a briglia sciolta, arrivo, balzo da cavallo e trovo una gran folla... Nicolaia era per terra col cane fra le braccia, e piangeva. La gente le stava intorno e bisbigliava.
L'orso, l'orso enorme, era l che portava via un agnello. I pastori, i cani, nessuno si moveva; non facevano che urlare con quanto fiato avevano in gola. La signorina getta un grido. Kohle, punto al vivo, si slancia con la sua gamba zoppa per sopra alla murata, e s'avventa alla gola dell'orso. Quei suoi poveri denti logori pure s'infiggono nelle carni dell'avversario; ma questi d'un colpo lo aggranfia.... I pastori accorrono col fucile, l'orso fugge, e l'agnello  salvo. Ma Kohle si trascina ancora per qualche passo e cade come un eroe... Nicolaia gli si getta sopra, se lo stringe al petto, l'inonda di lagrime; il cane la guarda, sospira ancora una volta...  finito.
Io ero l, preso dal rimorso, come se avessi commesso un delitto. "Lasciatelo, Pana Nicolaia," le dico. Essa solleva verso di me gli occhi pieni di lagrime e mi risponde: "Siete un uomo duro, voi." Un uomo duro, io!...
Consegno il mio cavallo ai pastori, prendo un lungo coltello, l'affilo ancor pi, mi fo dare il vecchio fucile, n'estraggo la carica e lo ricarico io stesso; infine metto nella saccoccia un pugno di polvere e di piombo sminuzzato, e via per la montagna.
Io sapevo ch'egli sarebbe passato per burrone...
L'orso?
Gi. Era lui che aspettavo. Mi posi al varco nel burrone; l non poteva mancarmi. Le pareti scendevano tutt'e due a picco, strette, durissime. In alto, c'erano degli alberi, ma troppo lontani per poter afferrare una radice e tirarsi su.
L'orso non poteva n scansarmi, n indietreggiare; ed io neppure.
Cos, fermo, l'aspetto.
Fu mai solo, lei?..... Sa che significa aspettar qualcuno?.....  uno di quei tormenti che bastano a dilaniare un uomo. Pensi, poi, che io stavo in una foresta deserta e che aspettavo un orso. Comiche ansie, insulse precauzioni dell'attesa! Spinsi ancora una volta la bacchetta nella canna per ricalcare la palla.
Non so quanto tempo aspettai cos.
La solitudine era profonda, orribile.
Sento infine le foglie scricchiolare nell'alto del burrone, passo per passo, come sotto i pesanti stivali di un contadino.
Poi un grugnito.
Eccolo.
Mi guarda e si arresta.
Io faccio qualche passo innanzi, alzo... Ma che dico?... Voglio alzare il cane del fucile, lo cerco: manca!... Mi fo il segno della croce, mi tolgo la giacca, l'avvolgo al mio braccio sinistro... L'orso gi arriva.
"Hopp, fratello!" gli grido... Ma egli non mi sente n mi vede.
"Alto l, fratello, che ora t'insegno il russo!"
Volto il fucile e gli assesto col calcio un gran colpo sul muso. Ruggisce, si drizza; io gli caccio il braccio sinistro in gola e il coltello nel cuore... mi sento abbrancare...
Un torrente di sangue m'inonda... tutto dispare...
Si ferm, tacque, tenne un po' la testa appoggiata. Poi stese una mano, batt leggermente sulla tavola e mi disse sorridendo:
Ecco, pare ch'io le stia a contar delle storielle di caccia. Ma no, lei vedr proprio le orme delle grinfie. Permetta ch'io gliele mostri...
Apr la camicia dai due lati del petto e mostr nei suoi fianchi impresse come due impronte di mani gigantesche, tutte bianche.
Oh! l'abbraccio indiavolato!
I bicchieri erano vuoti. Feci segno a Moschku di portare un'altra bottiglia.
Cos appunto mi trovarono i contadini; prosegu il mio boiardo. Ma lasciamo star tutto ci... Stetti lungamente in casa dei Senkow a letto, col delirio della febbre. Quando il giorno rinvenivo, li vedevo tutti intorno a me, seduti coi miei, come intorno a un moribondo. Ma pap Senkow diceva: "Va meglio, molto meglio!" E Nicolaia rideva... Una volta mi sveglio di notte, guardo per la stanza, ch'era appena rischiarata da una lampada, e scorgo Nicolaia che pregava in ginocchio...
Ma, via! Tutto questo  un passato lontano ormai, che io rivedo talvolta solamente in sogno. Basta. Come lei vede, io non morii.
D'allora in poi pap Senkow veniva spesso con la sua britschka a casa nostra, e mio padre andava da lui. Non di rado anche le donne si univano in queste visite. I vecchi bisbigliavano fra loro, e quando io mi avvicinavo, Senkow sorrideva, ammiccava e mi offriva una presa.
Nicolaia... mi amava. Ah! con tutto il cuore, mi creda. Io almeno lo credevo, e i vecchi... pure.
Divenne dunque mia moglie.
Mio padre mi affid l'amministrazione dei beni. Senkow dette in dote alla figlia un villaggio intero.
Le nozze si fecero a Czernelica. Tutti vi si sfrenarono, e mio padre stesso ball la cosacca con la signora Senkow.
La sera appresso, mentre stavano ancor tutti come i morti nel giorno del giudizio a cercar le proprie membra senza ritrovarle, attaccai da me stesso alla mia carrozza sei cavalli bianchi come colombe. La pelle del mio orso, una magnifica pelliccia dal pelo lungo e lucido, era distesa sul sedile; le zampe dagli unghioni dorati pendevano dai due lati sino al predellino, e la grossa testa dagli occhi sfavillanti e vivi sembrava guardare ancora minacciosa. I miei domestici, contadini e cosacchi, erano a cavallo con le fiaccole accese. La mia sposa era in pelliccia rossa foderata d'ermellino. La prendo fra le mie braccia e la porto in carrozza.  un grido generale di gioia. Essa siede come una principessa sulla pelle dell'orso, coi suoi piedini gentili, sopra la grossa testa.
Tutti quelli del corteo venivano intorno a cavallo... E cos la condussi nella sua casa.
Che corbellerie enormi in quei libri tedeschi dove si legge di amor celeste e d'idolatria per le vergini.
Come dice forse Schiller nel...
Prego, non mi citi nulla del signor Schiller, per carit...!
Un sol passo, s...
Ma scusi...
Ecco: declamai inesorabile:
Insieme col cinto e col velo
Dispare la bella illusione.
Una volta finalmente ha ragione il signor Schiller, disse il mio boiardo. Una bella illusione, quella... Sarebbe invece ben altra cosa, se la donna fosse la corona dell'universo e l'amore quel goffo e bello sentimento che ognuno forse prova per una fanciulla... Oh! cadde anche la mia illusione! Cadde come un bell'idolo infranto.
Quando essa divenne mia moglie, io ebbi infine il coraggio di amarla, e lei quello di riamarmi. Via via che il mio amore diventava pi intenso, vicino al suo, ella mandava in aria, con lo stesso impeto giocondo, convenienze e riserbo, corpetto e legacci... E che fiamme, che fiamme sempre pi ardenti!... I nostri due amori crebbero insieme come due gemelli.
Alla Pana Nicolaia baciavo le mani, a mia moglie i piedi; anzi spesso li mordevo addirittura, e lei gridava, respingendomi con piccoli calci nel viso.
Che differenza tra la fanciulla e la donna! Ora capisco perch si adora in ginocchio la Madonna col bambino. Perch riunisce in s tutt'e due le qualit:  sempre la dolce fanciulla di Nazaret ed  anche la madre di nostro Signore.
Veda, per noi miseri mortali la cosa  ben diversa. La fanciulla  come la schiava della casa, senz'ombra di libert, tenuta spesso dal padre nello stesso conto dei beni. Ma la donna... Oh! la donna da un momento all'altro pu lasciarmi. Non ho forse ragione? Essa sceglie come scelgo io. Idolatrar la donna! Che sciocchezza! Ci pensi, signore.
Ah! l'amore  l'unione, il matrimonio!
Dopo tutto che cosa se ne ottiene?
Rifletta, di grazia, e veda che cosa  la vita... Ma le mie parole sono strane... egli ascolt un poco il canto della guardia, ed eccone la musica...
I Tedeschi hanno il loro Fausto, e gl'Inglesi hanno anche un libro del genere... Da noi ogni contadino sa queste cose.  come un presentimento istintivo, che gli svela che cosa  la vita.
Ma che cos' dunque che d a questo popolo un tal fondo di tristezza?
La pianura.
S, la pianura che lei vede stendersi ampia e sconfinata come il mare, che il vento agita come il mare, che il cielo tocca come tocca il mare. Essa circonda l'uomo, silente come l'infinito, strana come la natura.
Egli vorrebbe interrogarla; ma la canzone, che come un grido di dolore gli sfugge dal petto, si perde nell'aria e muore senza risposta, come un vano lamento.
Tutto ci  assai strano per l'uomo. Non le appartiene egli forse? non  sua creatura? Perch lanciarlo soltanto e nient'altro? L'ha fors'egli abbandonata? O  lei che lo allontana da s?
Nessuna risposta.
Sulla sua tomba fiorisce un albero; dei passeri stridono su pei rami...  questa mai la risposta?
Egli guarda le formiche che, cariche delle loro uova, vanno e vengono sulla sabbia ardente: ecco il suo mondo... Un formicolare in brevissimo spazio, un eterno affaticarsi... per niente. Il sentimento del suo abbandono lo invade; gli par di dover da un momento all'altro dimenticar persino che esiste.
Allora nella donna la natura gli parla: "Tu sei mia creatura. Tu mi temi come la morte, ma eccomi diventata il tuo simile. Baciami! Ti amo, vieni, coopera con me all'enigma della vita, che ti turba. Vieni, ti amo!"
Tacque per qualche tempo: poi riprese.
Quanto fummo felici io e Nicolaia!... All'arrivo dei genitori o dei vicini, bisognava vedere come essa dava bene i suoi ordini e come tutti rigavan diritto! A una sola sua occhiata i domestici sviavano il rimprovero a mezz'aria, con la sveltezza delle anitre che si tuffano in acqua. Una volta il mio piccolo Cosacco, portando una colonna di piatti che gli arrivava fin sotto il mento, la fa cadere; mia moglie gli  subito addosso con la frusta; e lui "se la padrona deve batterlo, ne fracasser una dozzina al giorno!"... Comprende? E tutt'e due si misero a ridere.
Comparivano ora anche i vicini.
Prima venivano soltanto nei giorni di gran festa, per esempio a Pasqua, per la tavola benedetta; ora sembrava che volessero rifarsi del tempo perduto. Venivan tutti.
Vi era prima di ogni altro un antico ufficiale a riposo, il luogotenente Mack, che sapeva a memoria tutto Schiller ed era, nondimeno, un brav'uomo.  vero che aveva il difetto di bere un po' troppo e che spesso era brillo, ma non tanto, sa, da scivolarsene sotto il sof. Solo, guardi, si piantava cos com'era, piccolo, tondo e rosso, in mezzo alla sala, e recitava tutta d'un fiato la ballata del "Dragone"; e dopo, come se i fumi del vino gli sbollissero a un tratto dal capo, era capace, si figuri, di raccontarle per filo e per segno l'intera guerra francese.
Veniva anche il barone Schebicki. Lo conosce? Veramente il padre si chiamava Schebig, Salomone Schebig, ed era un Ebreo che andava sempre coi fagotti sotto il braccio, comprando e vendendo; ma, diventato fornitore dell'erario, compr un fondo e si chiam Schebigstein. Vi sono, disse, di quelli che si chiamano Lichtenstein, perch non devo io chiamarmi Schebigstein? Il figlio  diventato barone, si chiama Raffaello Schebicki e non fa altro che ridere. Si provi infatti a dirgli: "Fatemi l'onore di una visita", rider; gli dica: "Ecco la porta, su, via. uscite!" rider egualmente. Ad ogni elegante signora egli vuol subito portar degli abiti da Brody e uno scialle da Parigi; non beve che acqua, fa tutti i giorni i suoi bagni a vapore, porta una grossa catena d'oro sopra un panciotto rosso e non manca mai di farsi la croce prima e dopo tavola.
Poi un nobile, Domboski; un Polacco lungo come una pertica, dagli occhi rossi, dai baffi malinconici e dalle tasche vuote. Gira sempre delle collette per i poveri emigranti e, quando vede qualcuno per la seconda volta, se lo stringe affettuosamente al cuore e lo bacia con tenerezza; se ha bevuto un bicchiere di pi, piange dirottamente, canta "La Polonia perduta ancor non ", afferra una persona, e le confida tutta la congiura polacca; se poi  assai brillo, fa dei brindisi, grida "Viva l'amore", e beve nelle vecchie scarpine delle signore.
Vi era inoltre il reverendo Maziek, un austero tipo di parroco di villaggio, che aveva sempre pronto un conforto per qualsiasi occasione: nascita, morte, matrimonio; e un elogio sopra tutto per quelli che si addormentavano nella pace del Signore. La Chiesa, secondo lui, li aveva anche distinti col simbolo di una pi alta tassa. Per dar forza al suo discorso aveva uno speciale intercalare: "purgatorio"; come altri pu dire: "per dio", o pure: "parola d'onore".
Un altro tipo era il dotto Taddeo Kuternoga, che da undici anni stava preparando la sua tesi dottorale e, guardi un po', giusto in filosofia.
Infine Leone Bodoschkan, proprietario, un vero amico; ed altri allegri gentiluomini.
Allegri! tutti allegri come uno sciame di api, ma che dinnanzi ad essa, per rispetto, si moderavano.
Venivano anche a vederla le signore, buone amiche, le quali chiacchieravano, sorridevano, giuravano ogni minuto e poi... ma il resto si sa. Vivevamo cos, coi nostri vicini, ed io ero superbo di mia moglie, quando bevevano nelle sue scarpine e recitavano dei versi in suo onore; ma essa aveva un certo modo di guardar le persone come per dire: "tempo perso!", Del resto noi preferivamo esser soli.
Queste grandi propriet, veda, dnno le loro pene e le loro gioie. Essa volle incaricarsi di tutto. Dobbiamo dirigere da noi stessi, disse, senza bisogno di amministratori. Amministratori furono prima il procuratore Kradulinski, un vecchio Polacco, un furbacchione, sa, che non aveva un capello in testa e mai un conto in regola; poi l'agente forestale Kreidel, un Tedesco, come vede, un ometto con piccoli occhi vivi, grandi orecchie trasparenti e un gran levriere anche trasparente.
Mia moglie sorvegliava le mute degli animali. Oh! io credo che avrebbe adoperato la frusta se tutto non fosse andato come essa voleva.
Bisognava poi vedere i contadini con che allegria ci salutavano avviandosi ai campi!
"Sia lodato Ges Cristo."
"Per tutta l'eternit. Amen!".
E nella festa della raccolta che movimento nel nostro cortile! Una vera folla di mietitori! Mia moglie stava in piedi sulla gradinata; essi venivano a deporre la corona di spighe ai suoi piedi. Gridavano, cantavano, ballavano; era una festa, una gioia! Essa prendeva un bicchiere di acquavite: "Alla vostra salute!" diceva; e lo beveva.
Le baciavano i piedi, persino.
E montava anche a cavallo con me. Io le davo la mano, lei vi poggiava il piede e subito in sella. Portava allora un berretto alla cosacca; il fiocco d'oro le dondolava sulla nuca; il cavallo nitriva e scalpitava quando essa lo batteva sul collo.
Le insegnai anche a maneggiare il fucile. Ne avevo appunto uno piccolino con cui tiravo ai passeri quando ero fanciullo. Lei se lo poggiava in ispalla e andava pei prati a tirare alle quaglie. E con che sicurezza, signore, con che precisione invidiabile! Ecco che un falco viene dal bosco, mi ruba i polli e porta via a Nicolaia proprio la bella gallina nera col ciuffetto bianco. "Aspetta!" diss'io, e d'allora in poi non lo perdetti di mira.
Un giorno torno dal campo dove si cavavano le patate, ed eccolo.
Stride ancora, gira intorno al cortile; io gli lancio un'imprecazione soltanto. Ma un colpo parte. S'ode un bttito d'ali nell'aria, e il falco cade a terra.
Chi ha tirato?
Mia moglie. "Ora s che non mi ruber pi nulla!" essa dice; e va ad inchiodarlo sulla porta della fattoria.
Spesso  il fattore che apre i suoi fagotti e vanta con gran rumore la sua roba: tutto  schietto, tutto nuovo, tutto a buon mercato... Bisogna vedere come ella sa mercanteggiare!
L'Ebreo non fa che sospirar sempre: "Una signora molto severa!" egli dice, e intanto le bacia la manica.
Vado per lei in citt.
La moglie dello starosta passeggia in veste turchina a puntini bianchi:  l'ultima moda senza dubbio; ed io compro una veste turchina a puntini bianchi per la mia Nicolaia, che arrossisce dal piacere.
Mi spingo una volta sino a Brody, e le porto velluti di tutti i colori, seterie, pellicce. E che pellicce! Tutte cose di contrabbando. Si figuri! Il cuore le dava dei balzi di gioia.
E come sapeva vestir bene! C'era da gettarsele ai ginocchi pieni di ammirazione! Mi creda.
Aveva una magnifica giacca, una kazahaika di panno verde-oliva, guarnita di grigio con vaio di Siberia. L'imperatrice di Russia non ha niente di pi bello. Quel vaio specialmente! Era largo come la mano. E tutta la giacca era foderata della stessa pelliccia grigio-argento, cos morbida al tatto.
Ella se ne stava delle serate intere distesa sul divano con le braccia incrociate sotto la testa, mentre io le facevo la lettura.
Il fuoco crepita nel caminetto, il samowar sibila, il grillo stride, il tarlo rode il legno, il topo rosicchia, poich il gattone bianco se ne sta comodamente su di una sedia a far le fusa.
Io le leggo tutti i romanzi. La citt  fornita del suo gabinetto di lettura. E poi tra vicini si fa a imprestarsi i libri l'un l'altro.
Lei mi ascolta ad occhi socchiusi, mentre io me ne sto a leggere nella mia ampia poltrona; e divoriamo i libri.
Spesso ci toccava di andar a letto molto tardi. Si discuteva: "Che avverr? La sposa o non la sposa?" I tratti di generosit e di compatimento la stizzivano; arrossiva fino al piccolo lobulo dell'orecchio; si sollevava un poco, appoggiata a una mano, e se la prendeva con me, come se io ci avessi colpa: "Non voglio che essa faccia questo. Capisci?" E le veniva quasi da piangere.
Le donne, sa, sono nei romanzi cos stranamente generose! Subito si sacrificano se per poco l'amante  in pericolo!... Che il diavolo se le porti!
Una volta arriviamo a una scena in cui una donna abbandona il marito per salvare il suo bimbo. Una sciocca storia, vede bene. Il libro credo che s'intitolasse: "La potenza dell'amor materno". Una corbelleria a dirittura! Ma la mia Nicolaia ne fu quasi febbricitante, e non volle per parecchie settimane leggere alcun libro.
Spesso ella salta in piedi, mi preme il libro sul viso; e fra le altre smorfie, mi fa il linquino. C'inseguiamo allora come bimbi; io mi nascondo dietro una porta, e la faccio spaventare.
Un'altra volta le salta in testa di cacciarmi nel mondo delle fiabe.
Va nella sua stanza; e, nell'andarsene, mi dice: "Quando ritorner sarai mio schiavo". Si veste da sultana: i fianchi cinti di una sciarpa, la testa avvolta in uno scialle a guisa di turbante, il mio pugnale circasso alla cintura, un velo bianco che la copre tutta; e riappare trionfante. Che donna!..... Una donna divina, signore!
Quando essa dormiva, io potevo passar delle lunghe ore a vederla respirare; e, se qualche volta sospirava, mi sentivo uno schianto al cuore, come se io le avessi fatto il pi grave dei torti; e un'ansia terribile mi prendeva, come se ella non fosse pi mia o stesse l l per morire. E la chiamavo a nome, gridando. Allora lei si metteva a sedere, mi guardava meravigliata, e rideva.
Ma la parte di sultana era quella che le stava a meraviglia. E manteneva il suo contegno. Se le dicevo: "Ma via, Nicolaia...", e tentavo di scherzare, aggrottava le ciglia e mi lanciava uno sguardo, che mi faceva gi credere sul palo. "Sei forse fuor di te, schiavo?" diceva, e non c'era proprio niente da fare. Io ero suo schiavo e lei comandava come una sultana.
Vivevamo cos, come due rondini, sempre insieme a cinguettare.
Una dolce speranza venne ad accrescere le nostre gioie. Eppure quante ansie provavo per lei! Spesso gentilmente le rimovevo i capelli dalla fronte, e mi venivano le lagrime agli occhi. Ella comprendeva, mi gettava le braccia al collo e piangeva.
Ma il lieto avvenimento giunse improvviso come la fortuna. Io era corso a Kolomea per il medico; ma come rientro ella mi mostra il bimbo.
I vecchi genitori non stavano pi in s dalla gioia; i servi gridavano, ridevano; era una frenesia generale; e la cicogna, ferma sulla fattoria, se ne stava a un piede, come stordita.
Vennero poi i pensieri e le cure, ed ogni ora di pena non faceva che stringer sempre pi i nostri legami.
Ma non dur a lungo.
Ora la voce del mio boiardo era diventata infinitamente dolce e sommessa; vibrava appena nell'aria e si spandeva tremula e lieve, come il fumo della sua pipa.
Gi, non poteva durare! continu. Son cose che non durano mai. Proprio cos...  una regola, veda; anzi, secondo me, una vera legge di natura. E ci ho pensato su assai spesso; creda pure.
Ho avuto un amico, Leone Bodoschkan, che leggeva troppo, ed ha perduto la salute. Egli mi ha detto pi di una volta...
Ma perch ridirle io queste cose, se posso a dirittura...?
E cav di tasca alcuni foglietti ingialliti.
Ha scritto anche molto. Era un uomo oscuro, ignorato da tutti, ma conosceva tutto e vedeva in fondo alle cose come in un'acqua chiara. Smontava gli uomini come tanti orologi, ne osservava il meccanismo e vi trovava i difetti. Capiva, per esempio, quel che i gatti dicevano fra loro e ripeteva subito quel che volevano. Prendeva un fiore, lo incideva e mostrava come vive e come si alimenta.... Parlava volentieri delle donne.
Le donne e la filosofia, sa, sono state la sua rovina.
Scriveva spesso i suoi pensieri; poi, quando passeggiava pel bosco, gettava tutto; la carta lo infastidiva.
Diceva che chi pu scrivere del suo amore non ama.
Resisteva anche alla lettura dei grossi volumi in pergamena... ma dinnanzi a una letterina d'amore si precipitava.
Ora senta.
E pos un foglietto sulla tavola.
Cio, no; questa...  una fattura. E la rimise in tasca. Ecco, infine. Toss e lesse.
"Che cos' mai la vita?... Sofferenza, dubbio, angoscia, disperazione.
"Chi di noi pu sapere donde viene? Chi ? Dove va?
"Noi non abbiamo alcun potere sulla natura, le nostre tormentose domande, i nostri dubbi disperati restano senza risposta. Tutta la nostra sapienza si riduce infine al suicidio.
"Ma la natura ci ha imposto un tormento ancor pi terribile della vita: l'amore.
"Gli uomini lo chiamano piacere, volutt..."
Il mio amico sottoline queste parole con un sorriso lungo ed amaro.
"Guardate un po' il lupo, continu, quando cerca la sua femmina come irrompe per la foresta, con l'acquolina che gli scorre di bocca!... Non urla pi allora, mugola soltanto; e il suo amore  il possesso... E anche per noi l'amore  lotta, lotta sanguinosa, come per la vita.
"Dio mio! Potrebbe l'uomo non gettarsi sulla donna come sopra un nemico? Non si sente egli forse come soggetto a un nemico spietato?
"E invece egli si prostra, abbassa senza superbia la testa ai piedi della donna, e: Schiacciami, grida, schiacciami sotto i tuoi piedi; sar il tuo servo, il tuo schiavo; ma vieni, liberami, abbi piet di me!
"S, l'amore  un tormento, e il possesso... una liberazione. Ma  anche un sopravvento dell'uno sull'altro, una lotta in cui l'uno cerca di assoggettar l'altro. L'amore  una schiavit e si diviene schiavi quando si ama. Si sente che la donna ci maltratta e si assapora, persino nella volutt, il suo feroce dispotismo. Si bacia il piede che ci calpesta.
"La donna che io amo  il mio tormento. Io tremo se la vedo a un tratto passar per la stanza, se sento il fruscio della sua veste; un movimento improvviso mi spaventa.
"Vorremmo essere indissolubilmente uniti per l'eternit, in questo e in un altro mondo, immedesimarci a dirittura, trasfonderci l'uno nell'altro. L'anima nostra scende in quest'anima estranea, s'insinua in questa natura nemica, ne riceve il battesimo. Allora ci sembra strano, molto strano, che non si sia stati sempre insieme; si trema a ogni momento di perdersi; si prova uno schianto al cuore quando l'altro socchiude gli occhi o cambia tono di voce. Vorremmo poter diventare un essere solo; vorremmo poter sbandir le abitudini, le idee, le reliquie del passato, per fonderci insieme.  un abbandono totale come di cosa, come di materia plastica: fa di me quel che tu sei.
" uno snaturamento, un suicidio, finch non viene la reazione, la rivolta.
"Ma si teme di romperla del tutto; si odia la forza che ci domina e ci annienta, si cerca di scuotere la tirannia di questa vita strana; si rientra in s stessi.
" la risurrezione della natura".
Qui tir fuori un altro foglietto.
"L'uomo ha i suoi affari, i suoi progetti, le sue aspirazioni, le sue idee!
"Tutto ci lo circonda, lo solleva, gli s'agita d'intorno come un nuvolo di colombi, lo porta in alto, come su delle ali d'aquila, e non lo lascia sommergere.
"Ma la donna?
"Che cosa varr a sostenerla? Quale conforto al suo io che non vuol morire, no! e pur non ha soccorso?
"Oh! ella porta in s la sua immagine, ella sente sdoppiarsi: il piccolo essere cresce, si muove.... vive.... Eccolo...  l, fra le sue braccia, che se lo stringono al cuore e lo levano su, in aria, finalmente...
"Che cosa avviene in lei ora?
" un sogno forse? Il bambino le dice: Vedi, io sono te, tu vivi in me; guardami bene: sono io che ti salver.
"Ella se lo stringe al petto ed  salva.
"Ah! per quanto faccia, ella, ora, nel bimbo, non accarezza che s stessa; lo vede crescere sulle sue ginocchia, e si stringe a lui, tutta, in un abbandono supremo".
Dopo avermi letto questi frammenti, egli pieg i suoi foglietti e se li ripose in petto. Si tast poi per assicurarsi ch'erano a posto e si abbotton il soprabito.
Cos fu di me; disse, proprio cos. Certo io non saprei esprimermi come Leone Bodoschkam, comprender bene; pure seguiter a raccontare, se lei vuole.
Ma s! Anzi la prego.
Ebbene, avvenne lo stesso anche a me; lo stesso a dirittura... Mi creda...
Gi, interruppi per incoraggiarlo, ordinariamente si dicono i bambini pegni d'amore.
Si arrest d'un tratto e mi guard con aria strana, quasi feroce, come se io lo avessi mortalmente offeso.
Pegni d'amore! grid. Ah s! pegni d'amore!..... Si figuri che rientro in casa..... Una propriet d sempre da fare... Vi rientro come un cane, di corsa; abbraccio mia moglie, la bacio, lascio che la sua piccola mano mi rassereni la fronte: mi stendo vicino a lei come un gatto, ella gi ride e... Ma a un tratto il pegno d'amore, l vicino, grida... e tutto finisce Pu capire sin da queste prime parole, se vuole: tutto finisce.
Si passa l'intera mattinata a inquietarsi col procuratore, con l'economo con l'agente forestale; ci sediamo infine a tavola, abbiamo appena il tempo di annodar la salvietta al collo, vecchia usanza, sa, ed ecco immancabilmente il pegno d'amore che piange, perch non vuol prender nulla per mano della balia. Mia moglie s'alza e d lei da mangiare al bimbo, che si ostina a voler della carne e grida... Intanto essa  l, nella stanza vicina, ed io resto solo come un cane a tavola, libero di fischiare fin che voglio, e di canticchiare per esempio:
"Un gatto nero e una gattina bianca
Sospirano d'amor sopra il mio tetto,
L'uno saltella a destra e l'altro a manca
E cantano fra lor pi d'un duetto.
Non ti fidar di Lei, bel gatto nero,
Tanto fuoco in amor non  sincero;
Non ti fidar di Lui, gattina bianca,
Tanta foga in amor presto si stanca"(6).
Si va talvolta alla caccia delle anitre.
Tutta la giornata si guazza nell'acqua sino alle ginocchia; ma si ha dinnanzi a s la prospettiva di un buon letto...
A proposito, sa che cosa intendo io per un buon letto?
Materasse e guanciali soffici, coperta calda, e una bella donna.
Qui arross un poco e balbett qualcosa.
Bene! si rientra in casa, si va a letto, si comincia a baciare la sposa sulle guance infocate, sulla nuca, sul petto; la si accarezza gi teneramente... quand'ecco che il pegno d'amore strilla... Ella salta dal letto, infila le pantofole, e si mette a passeggiar su e gi per la stanza, cullando il bimbo fra le braccia. La! la! la!
Bisogna sorbirsi la ninna nanna per mezza nottata e dormir... solo. La! la! la!...
Poi viene uno di quegli anni che non si dimenticano mai. Tutti stanno all'erta; c' un non so che in aria; ognuno lo fiuta, ma nessuno sa dire che cos'.
Si vedono facce nuove. I proprietari polacchi vanno di qua e l; chi compra un cavallo, chi della polvere. La notte si vede un bagliore nel cielo. I contadini formano capannelli dinnanzi alle osterie e dicono: "Deve essere la guerra, il colera o la rivoluzione."
Si  presi come da sconforto. Ognuno si ricorda a un tratto che ha una patria i cui confini si protendono nella terra slava, nella tedesca e in altre ancora. Che vogliono questi Polacchi? Si pensa con preoccupazione all'aquila che il baliaggio ha per insegna; si teme per la propria fattoria; si esce di notte e si fa una rivista intorno alla casa, per assicurarsi che non vi abbiano appiccato il fuoco.
Si vorrebbe aprir l'animo alle confidenze e agli sfoghi.
Ma con chi? Con la moglie? Ah! ah! ah! Proprio allora il pegno d'amore grida e si lamenta, perch una mosca gli si  posata sul naso.
Esco di casa.
Un bagliore rossastro s'innalza all'orizzonte. Passa un contadino, lancia nel cortile il suo grido: "Rivoluzione!", sprona il magro cavallo, e via.
Nel villaggio si suona a martello.
Un contadino inchioda su di un'asta la sua falce, diritta; due altri arrivano con le mazze della trebbia sulle spalle.
Molti entrano nel cortile.
"Signore, all'erta!... Giungono i polacchi."
Io carico le mie pistole e faccio affilar la mia sciabola.
"Moglie mia, dico poi a Nicolaia, dammi un nastro pel mio berretto, un cencio qualunque... purch sia giallo e nero..." E che cosa mi risponde? "Ma va via, vattene, sai bene che il bambino piange; me lo farai morire; corri al villaggio, impedisci di sonare: vattene." Ed io: "Oh! tutt'altro; ora voglio far sonare a stormo per tutte le campagne; pianga pure il marmocchio; il paese  in pericolo!"
Ah! signore!...
Un giorno infine ella  seduta, vicino a me, sul divano; io le passo il mio braccio attorno alla vita, le parlo affettuosamente, e lei invece ascolta se il bambino si muove. "Che cosa hai detto?" mi domanda ogni poco. "Niente, niente!" le rispondo, e mi sento far male al cuore.
"Dov' la tua kazabaika, Nicolaia?" le chiedo talvolta. Ma gi, penso poi, in casa! vicino al bimbo! sarebbe un pretender troppo! Figuriamoci! Non bada nemmeno a pettinarsi. Sceglie a caso il primo abito che capita! Chi  che veste bene per casa? Sicuro! Ma spesso io non riconosco pi il suo bel viso...  per quel marmocchio benedetto, s'intende. "Se io mi metto in fronzoli," risponde lei, "il bimbo non mi riconosce pi. Dovresti pur capirlo!" Oh! altro! Capisco tutto, capisco. Ma vedo pure che, quando vengon visite, ha voglia il bimbo a strillare! Essa accorre un momento soltanto, e poi subito ritorna in salotto, versa il the, ride e ciancia... Che cosa non si fa per piacere agli estranei?
Ah! ecco: ricompare ora in campo la giacca verde-oliva guarnita di vaio di Siberia! "Devo pure acconciarmi un po' per le visite": spiega lei. E bisogna contentarsi!
Da molto tempo non vado pi alla caccia dell'orso. Mia moglie culla il bambino. Faccio per baciarla, e la sento dire: "Va via, ch lo svegli." Che devo fare? Me ne vado cos, senza baciarla.
Il mio guardaboschi dice di aver veduto un orso... Ma, guardi, io torno a raccontarle delle storie di caccia... Basta: corriamo qualche pericolo il guardaboschi ed io. Un contadino ci precede e mette l'allarme in casa.
Arriviamo... Mia moglie mi si getta al collo, e mi porta il bimbo; ma il sangue, sa, mi scorre pel viso... e mio figlio ha paura. "Oh! vattene!" essa grida, e mi respinge.
Egli alz le spalle con aria di disprezzo.
Non eran certo gran cosa quelle poche gocce di sangue e le lagrimucce del bimbo. Tanto, il pericolo era passato! E poi dove sarebbe mai il buon senso delle donne? Bene: mi lavo la fronte, e il custode, un vecchio soldato, mi fascia la testa. Ma che cosa crede? Ora  il fazzoletto bianco che fa paura al piccino. E mi si scaccia ancora: "Via! via! altrimenti lo fai piangere. Via!"... Che dirle di pi? Mi caccio nel letto e resto solo, come se non avessi preso ancor moglie.
Al diavolo il pegno d'amore! Che Dio mi perdoni!
Si fece la croce, sput con stizza e continu:
Vado per stendere la pelle dell'orso a pi del letto e lei si risente: "Gi quella pelle, portala via: non sai che mi ricorda la paura del mio povero bimbo?" Guardi un po': e del mio sangue, del mio pericolo... niente le ricorda, quella pelle! Oh! buon senso, maledetto buon senso delle donne!
Permetta, io notai; perch non dir chiaro e tondo a sua moglie..?
Scusi... interruppe quasi brusco, con le narici frementi. L'ho fatto. Oh! se l'ho fatto! E sa che cosa mi ha risposto? "Allora perch si avrebbero i figli?" Essa, vede, si sarebbe lasciata andare a qualunque eccesso!
Si diventa schiavi con delle donne simili, non si sa a che partito appigliarsi... e si esita. Esserle infedele? No. E allora vivere da monaco? N meno. Non resta che sottomettersi.
Oh! Venne un tempo in cui, pel mio bimbo, io... Ma senta questa scena.
 di mattina. Io fumo la mia pipa, una lunga pipa turca, come questa, col cappelletto di metallo traforato. Il birichino grida, tendendo naturalmente le mani verso il fornello, ed io lo lascio gridare. Mia moglie per  sulle spine. "Daglielo, dunque, daglielo" dice lei, credendo che il bimbo voglia il bocchino d'ambra. Perch non contentarlo? Gli presento la pipa per la boccia rossa e infocata; il piccino si scotta, grida e piange.
"Ges Maria! povero figlio!" E la madre si dispera per quella scottatura da niente. Ma io le auguro buon divertimento, prendo il mio fucile, mi avvio per la campagna e posso pure morir dalle risa. Essa se ne sta l, accanto alla povera creatura che piange ed ha le dita scottate.
N pi n meno, signore! Ero giunto a tal punto! S, proprio, si divien capaci di tutto... Ci pensi bene... Anzi, eccole un paragone. Le si  mai fermato d'un tratto un orologio? Di quelli a pendolo, per esempio? No. Ma  impaziente, lei?
Qualche volta.
Bene. Lei dunque  impaziente. L'orologio deve rimettersi in moto, l, sul colpo. Lei d la sua brava spinta al pendolo: cammina. S, ma per quanto tempo? Ecco, si arresta di nuovo... e, di nuovo ancora... e ancora una volta. Ora l'impazienza scatta e via: spinte a non finire... Bravo! La macchina si arresta del tutto e non cammina pi.
Lo stesso succede quando si vuol avere ragione dal cuore, quando se ne vogliono regolare i bttiti.
Pi si ama la moglie e pi la si desidera. Veda,  come un dolore quando la moglie si lascia desiderare. E allora  finita. Si sente di esser liberi e nient'altro. Si riconosce che tutto ci non ha nulla di singolare, ch' sempre la stessa storia, che uomo e donna nella loro unione non son diversi da lupo e lupa. Ma tutto  inutile.
Supponga che mia moglie sia un libro... Io potrei leggerlo tutto e di gran vena. Ma devo sempre ricominciare da capo. Perdo infine la pazienza e lo lascio stare. Sino in fondo pu leggerlo chi ne ha voglia...
Da prima, guardi bene, non volevo che distrarmi.
Un reggimento di ussari era di guarnigione nei dintorni. Strinsi amicizia con gli ufficiali. Che tipi! Quel Banay, per esempio, lo conosce?
No.
E il barone Pal? N pure? Ma Nemethy, quello coi baffi a punta, certo lei lo avr conosciuto.
Cominciarono col venire a casa qualche volta; poi ci vennero tutti i giorni. Si fumava, si prendeva il the, si chiacchierava, si giocava pure, e spesso si andava a caccia; anzi fu allora che imparai a tirare ai beccaccini.
Mia moglie notava tutto, veniva da me, si sedeva, restava per un pezzo in silenzio, poi scattava in rimproveri. "Ma qual piacere mi resta pi qui, mia cara?" le rispondevo. "Forse i pianti del tuo bimbo?..."
L'indomani Nicolaia si presenta tutta raggiante di sorrisi e di grazie, nell'eleganza della sua kazabaika verde-oliva, nel profumo della sua pelliccia grigio-argento, nel lusso della sua superba acconciatura; siede in mezzo agli ussari e forma l'anima della conversazione.
Io rido. Essa vuol farmi ingelosire; si gira a destra e a sinistra; scherza e sospira; ma non ha per me n pure uno sguardo. Meno male che i miei ussari erano dei giovani a modo, e sembravano non accorgersi di nulla! Nessuno di loro aveva certo voglia, e perch poi? di cimentare la vita, o di esporsi al pericolo di essere storpiato. E quando non si ama una donna fino a tal punto,  inutile: non c' paura.
Essi intanto mi tormentavano: "Che ne dici, fratello? Vedi come tua moglie si lascia far la corte?" Ed io: "Oh! fatele pure la corte. Tempo perso!" Non avevo forse ragione?
In seguito per il mio salotto si accrebbe di un altro frequentatore di un certo... Ma tanto lei non lo conosce. Un uomo a dirittura insopportabile, biondo, roseo, slavato; un proprietario che si faceva tutti i giorni arricciare i capelli dal suo cameriere, e declamava l'Igor e i versi del Puschkin con certi gesti studiati... un vero commediante... un figuro insomma che piacque a mia moglie.
La voce ora gli si era affievolita. Pi s'accendeva di passione e pi ribassava di tono. Le parole gli uscivano stentatamente, come dal profondo del petto.
Basta: il brutto venne dopo. Per allora si passava una vita allegra. L'inverno venivano i vicini con le mogli: e quindi balli, mascherate, passeggiate in slitta; tutto, tutto.
Anche mia moglie ci si divertiva.
Nell'estate si ebbe un secondo bambino, un maschietto come il primo. Questo fatto produsse fra noi due come un ravvicinamento. Le parlavo oramai... Spesso mi sedevo sul suo letto e la coprivo, se si era scoperta un po' nel dimenarsi. "Ti prego," le dico, "per carit, prendi una balia, e non dar tu latte al piccino!" Lei scuote la testa. Che fare? Sento venirmi le lagrime, e me n'esco. Tutto era inutile.
Per un anno ancora Nicolaia fu tutta assorbita dalle cure per l'ultimo figlio. Ci parlavamo di rado, perch quando io, per raccontarle qualcosa, dovevo rifarmi un po' dall'alto, essa cominciava ad annoiarsi e sbadigliava tanto, che le s'inumidivano gli occhi. E poi erano continuamente battibecchi stranissimi, in cui lei voleva aver sempre ragione.
Se tra i domestici ne preferisco uno per qualche faccenda, subito l'incarico gli vien tolto. Naturalmente se ne fa una scenata. O pure, guardandola, io dico che il fazzoletto azzurro le sta assai bene al collo. E la domenica appresso lei manda in chiesa la massaia col fazzoletto azzurro al collo.
E sempre cos, anche dinnanzi agli estranei, quel ch' peggio. Io non voglio darle torto e quella da capo... Vi  da perder la pazienza... Si  uomini infine! Ma niente: essa prende sempre le parti degli altri; son io sempre che ho torto, gli altri hanno ragione.
Qui si volse da un canto e sput con violenza.
Giungo sinanche a pregarla: "Ma, mia cara Nicolaia, sii buona, non far cos..." L'indomani non apre pi bocca; e se le vien domandata la sua opinione: "Sono del parere di mio marito" risponde con affettazione.... Guardi che barbarie! Essa deve sforzarsi per essere della mia opinione! Quando ci penso, non so capire come ancora io non son morto di dispetto.
Un giorno perdetti una grossa somma. Era un gioco di azzardo e la sfortuna mi perseguitava. Perdetti tutto il danaro che avevo addosso, la carrozza, i cavalli.
Non pot trattenersi dal ridere.
Allora presi una grande risoluzione: "bisogna far senno". E mi dedicai tutto ai miei affari.
Amici e vicini cessarono di farci visita.
Lui solo veniva.
Ma non poteva destar nessun sospetto in me, perch io non aveva pi occhi che pei miei campi. Facevo dei bei lucri di quando in quando e provavo una certa soddisfazione a veder crescere, per cos dire, sotto la mia mano il seme che avevo gettato io stesso. Del resto l'agricoltura  un gioco anch'essa. Non bisogna forse fare il piano, modificarlo secondo le circostanze e contare sul caso? Non ci son forse i temporali, la grandine, i geli, la siccit, le malattie, le cavallette?
Quando rientro in casa per sorbire il the ed ho riempita la mia pipa, mi rammento che il cavallo ha bisogno di essere ferrato, o che sarebbe bene andare in giardino a vedere tra la guardia e l'acquavite chi ha vinto dei due. Prendo il mio berretto, e me ne vado, senza pensare a mia moglie, che resta coi bambini.
Se ne parla tra i vicini: " un matrimonio come gli altri".
Anche il reverendo Mazieck venne un giorno, spirante unzione d'ogni parte, dal volto, dai capelli, persino dal collare, dalle scarpe, dai gomiti; e, tutto raggiante, stendeva su di me la sua canna a guisa di pastorale e mi faceva il suo bravo predicozzo.
"Ma, mio reverendo, se non ci amiamo pi?"
"Oh! oh! purgatorio! Ne siamo gi a questo?" E rideva cos saporitamente che la veneranda pancia e le luride guance ne tremolavano. "Oh! oh! purgatorio! E il matrimonio cristiano?"
"Ma mio reverendo, nostro benefattore,  vita codesta? Si pu forse andare pi innanzi, cos?"
"No, purgatorio! Cos non si pu vivere sicuro! A che servirebbe dunque la Chiesa? Non sapete, mio povero amico traviato, che cos' la religione?... Se voi per caso vi divertiste con una servetta, senz'amarla, che si direbbe? Vi si chiamerebbe libertino. Nel matrimonio cristiano  tutt'altro. E poi se alla servetta date del danaro o un fazzoletto, che so io? ognuno la disprezzer dicendo: la giovane si  venduta. Nel matrimonio cristiano, mio traviato amico... Ma pensateci voi stesso... Di che vi parla la buona sposa cristiana? Del piacere forse? No, purgatorio! Della sua dote e dei suoi doveri. E il buon marito la tratta bene e la circonda di cure. Ho ragione?... L'amore!... Non consiste che in questo: provvedi di alimenti e di vesti tua moglie e i figli e in premio... c' il letto. Basta! Ecco, il matrimonio cristiano. Purgatorio! Non so se mi spiego... Un figlio dell'amore  un disonore; qui, invece, se avete un bimbo, che v'importa il vostro odio? Avete la benedizione del cielo...  l'amore, domando io, che fa il matrimonio o  la consacrazione del prete? Se fosse l'amore, si farebbe a meno del prete. Ergo! Mi spiego."
Cos parl il parroco.
D'allora in poi mi sento sempre pi solo in casa. Resto fuori, ora, quando si miete il grano, mi seggo sotto i covoni ammonticchiati come sotto di una tenda, fumando la mia pipa e sentendo cantare i mietitori. Vado nel bosco, quando c' taglio di legna, e tiro a qualche scoiattolo. Non manco a nessun mercato di tutto il circondario; mi lascio vedere spesso a Lemberg, sopra tutto all'epoca dei contratti; resto per settimane intere lontano di casa.
A poco a poco, tacitamente, con mia moglie abbiamo accettato le condizioni del... matrimonio cristiano.
Il mio vicino la pensava diversamente. Egli credeva di poter far ardere tutti i giorni il suo cuore come i capelli, e di poter riuscire sempre simpatico. E infatti non lasciava di tener compagnia a mia moglie per pi di mezza giornata, specie quando io ero fuori. Ritornando da una fiera o da una caccia, lo trovavo sempre l.
Domandava di me, dandomi dell'amico. Aveva cominciato cos e ci teneva a continuare.
"Il mio amico  in casa?" chiedeva.
"No".
"Che dispiacere!"
Fingeva di rammaricarsene, l'imbecille! Poi si sedeva e declamava un brano del Puschkin.
A un tratto durante la conversazione tornava da capo. "Ma non  mai in casa! Ehm... Mai!" E scoteva la testa. Mia moglie allora cominciava, Dio lo sa! tutta la litania delle sue lamentazioni e delle sue allusioni; e lui sempre a ciondolare il capo e a compatirla vivamente, col naso per aria. Le parlava dei mariti in generale con un fare interessante, con delle abili insinuazioni, senza spingersi arditamente fino al disprezzo, ma solo tossendo un po' nel fazzoletto.
Un giorno, guardi, mi fece una scena, perch, diceva, io trascuravo mia moglie, una donna cos bella, cos gentile, cos spirituale, che leggeva Puschkin come un libro di preghiere.
" presto detto, amico mio; tu non la vedi che vicino al samowar in pelliccia e sempre di buon umore; mentre io... Ma lasciamo andare."
Ella si lascia leggere dei libri interi da lui, s'impressiona di certe idee e sospira quando si parla di me.
"Ma insomma, che c' di nuovo? Che cos' avvenuto fra noi?" le chiesi un giorno.
"Non ci comprendiamo pi", rispose lei.
La frase era tolta testualmente da un libro tedesco. Testualmente, signore...
Una volta, dunque, tornato tardi da Dabromil, per una vendita all'incanto, trovo mia moglie sul divano con un piede rialzato e il ginocchio fra le mani; assorta nelle sue riflessioni; e in sua compagnia il mio amico. Lei aveva la pelliccia di vaio, e in tal caso... lui non  mai lontano. L per l avrei potuto anche montare in furia, ma lascio stare.  carina cos; le bacio le mani e carezzo la pelliccia. A un tratto per essa mi rivolge uno sguardo cos curioso e cos strano, che mi sorprende.
"Cosi non si pu andare", dice scattando, e, sebbene si sforzi, la voce  fioca per l'animazione".
"Ma infine si pu sapere che cos'hai?"
"Tu qui non vieni pi che la notte!" grida. "A un'amante si fa la corte almeno... Ma io... io voglio essere amata, io!"
"Amata? O che forse non ti amo, io?"
"No!"
Se n'esce, monta a cavallo e scompare. La cerco tutta la notte e tutto il giorno. Quando la sera rientro in casa trovo che ha fatto fare il suo letto nella camera dei bambini; e mi tocca dormir solo...
Avrei dovuto allora mostrarmi pi spesso per rabbonirla,  vero; ma ero troppo fiero; credevo che le cose si sarebbero accomodate... E poi le nostre donne!...
C'era al baliaggio un cancelliere tedesco. Sua moglie riceveva lettere da un capitano di cavalleria. "Che cosa hai l, mia cara?" freme lui sorprendendola un giorno; le strappa la lettera di mano e non finisce n meno di leggerla, ch gi comincia a batterla. E la batte tanto ch'essa gli ridona il suo affetto... Ecco un matrimonio felice!
Ma io!... io fui troppo debole. Lasciai sfuggire il momento. Ed ora  sempre la stessa storia.
Non ci dicevamo che "buon giorno", "buona notte"; e questo era tutto. Buona notte!... oh s! buona per lei, ma non per me, ch'ero costretto a fare il santo!...
Ricominciai ad andare a caccia e a passare tutto il giorno nella foresta.
Avevo allora un capocaccia che si chiavava Irena Wolk, un uomo strano che amava ogni essere vivente, tremava quando scopriva un animale e tuttavia non faceva a meno di ucciderlo. Anzi tenendolo cos, morto, in mano, lo contemplava, e con una specie di lamento diceva: " assai pi felice,  assai pi felice cos!" La vita era un male per lui. Strano uomo, ripeto! Ma gliene parler un'altra volta.
Io dunque mettevo nella mia torba, in quella comoda borsa, un pezzo di pane e di formaggio, riempivo di acquavite la mia fiaschetta da caccia e partivo.
Alle volte ci corichiamo ai confini della foresta.
Irena va a scavare, in un campo, delle patate, accende il fuoco e le fa cuocere sotto la cenere. Si mangia quel che si ha. Quando si gira cos per la foresta nera, silenziosa, dove s'incontra il lupo e l'orso, dove si vede nidificar l'aquila; quando si respira quell'aria pesante, fredda, umida, satura di odori acuti; quando si ha per mensa un tronco d'albero, per dormire una grotta, per bagnarsi un lago dall'acqua scura e fonda che non s'increspa mai, ma solo beve con la sua superficie liscia e cupa i raggi del sole e il pallore della luna; allora non vi sono pi sentimenti, non si provano che bisogni: si mangia per fame, si ama per istinto.
Il sole tramonta; e Irena s' messo in cerca di funghi.
Una contadina  seduta per terra. La sua gonna turchina, sgualcita, non nasconde i suoi piedi impolverati; la camicia le  discesa a met delle spalle e, trattenuta dalla cintura, dischiude le sue pieghe, lasciando vedere il seno.
Tutt'intorno  un'acuta fragranza di timo. Essa se ne sta accoccolata sull'erba col capo fra le mani; una lucciola si  posata su i suoi capelli neri, che sfuggono di sotto a un fazzoletto color di fuoco e le ricadono sulle spalle.
Il suo profilo si disegna in nero, spiccando nettamente sul fondo rosso del cielo in tramonto; il naso  ardito, finamente arcuato, come il becco degli uccelli rapaci; e quando io la chiamo, mette un grido come quello dell'avvoltoio delle montagne, ed i suoi occhi saettano su di me uno sguardo penetrante che passa come il bagliore fuggevole di una fiamma di nafta.
Il suo grido risuona: e lo ripercuotono prima le ripide rocce, poi la densa foresta e poi, ancora una volta, la montagna, in lontananza.
Questa donna mi aveva quasi atterrito.
A un tratto si curva, strappa del timo e si tira il fazzoletto rosso sul viso pi rosso ancora.
"Che hai?" le domando.
Per tutta risposta intona una duma malinconica come le lagrime, che si spande flebilmente nell'aria.
"Che ti senti?" le ripeto. "Hai qualche dolore, qualche disgrazia?"... Essa tace. "Di' dunque: che hai?"
Mi guarda in faccia, si mette a ridere, e le sue lunghe ciglia le ricadono come un lungo velo sugli occhi. "Allora che ti manca?"
"Una pelle di montone", mi risponde sommessamente.
Io rido.
"Aspetta, ch te ne porto una io, dalla fiera.".
Essa nasconde la faccia fra le mani.
"Ma la pelle del montone ucciso da poco non d un buon odore. Vuoi invece ch'io ti regali una sukmana guarnita di coniglio nero, o, meglio, di coniglio bianco come il latte?"
Mi guarda con una cert'aria tra lo stupore e la furberia, corruga leggermente le sopracciglia, e un fremito le corre tra le labbra su pei suoi denti bianchi. Poi dagli angoli della bocca il riso guadagna le gote e finalmente scoppia su tutto il viso della bricconcella.
"E perch ridi adesso?" Nessuna risposta.
"Allora vuoi una sukmana guarnita di coniglio, di coniglio bianco? Che ne dici?"
Si alza di botto, s'aggiusta la gonna e si racconcia la camicia.
"No!" dice. "Se volete regalarmene una, dev'essere di vaio."
"Di vaio? Come?"
"Ma s, come la portano le belle signore."
La guardai.
Il suo volto brillava di egoismo, di un egoismo ingenuo come l'innocenza. Ella abbracciava il desiderio dell'animo suo senza pensare a nulla, come avrebbe abbracciata una immagine santa. D'idee, di principii, niente! Tutt'al pi la morale del falco e le leggi della foresta! Era cristiana presso a poco come un gattino, che si fa a caso, con la zampa, la croce sul naso.
Le portai la sukmana da Lemberg, e... Ma lei forse rider di me. E perdetti la testa per questa donna.
Fu un vero romanzo, un romanzo strano che non ha l'eguale.
Al primo colpo di fucile essa si presentava.
Io le pettinavo i lunghi capelli con le mie dita, le lavavo i piedi nel torrente, e lei mi spruzzava l'acqua in faccia.
Era una strana creatura.
La sua civetteria aveva un senso di barbarie. Mi tormentava nella sua profonda umilt, come nessun orgoglio di grande signora mi ha mai tormentato.
"Ma per carit, mio buon signore!" diceva. "Che volete ch'io faccia di voi?" E intanto sapeva bene, che poteva far di me tutto quel che voleva...
Tacemmo tutti e due per qualche tempo.
I contadini e il cantore avevano lasciato l'osteria. L'Ebreo si era messa la sua benda sulla fronte e si era assopito in un angolo, biascicando in sogno, con voce nasale, qualche preghiera e accompagnandosi con regolare ciondolio del capo.
Sua moglie era seduta dinnanzi alla tavola, con la testa fra le mani, le dita fra i denti, e gli occhi sonnolenti, socchiusi, ma con lo sguardo ostinatamente fisso sul forestiero.
Questi pos la pipa e respir profondamente.
Devo raccontarle la scena che ebbi con mia moglie?... Me ne dispensi, signore...
Ella fu languida e come malata per qualche tempo... Io restavo in casa, leggevo. Una volta, attraversando la stanza, mi disse a mezza voce: "buona notte!" Mi alzai: era scomparsa. E la sentii chiudere la porta. Ancora una volta, tutto era finito...
In quel tempo io avevo una lite per il possedimento d'Osnowian. Prima d'imprendere la causa e di affidarne l'incarico all'avvocato, pensai fra me stesso ch'era meglio far attaccare i due cavalli e andare dal mio avversario di persona.
Indovini un po': chi trovo? Una donna separata dal marito, che si era ritirata nei suoi possedimenti, perch aveva il mondo in uggia: un filosofo moderno. Si dava da s stessa il nome di satana, ed era un amore di demonietto che scattava ad ogni parola ed aveva degli occhi sfolgoranti.
Perdetti naturalmente la mia causa, ma guadagnai il suo cuore, i suoi baci, i suoi favori...
E puro amavo sempre mia moglie.
Spesso nelle braccia di un'altra chiudevo gli occhi e cercavo persuadermi ch'erano i suoi morbidi capelli, le sue labbra ardenti, le sue folli ebrezze.
Nicolaia in tutto questo tempo delirava tra l'odio e l'amore. Il suo cuore era come uno di quei fiori che non si schiudono che all'ombra, riboccante adesso di tenerezza selvaggia. Trovava mille modi di tradirsi, per troppo nascondersi. Un giorno pose sul mio scrittoio una lettera che aveva portata per me il Cosacco della mia bella, e rise forte: ma il riso le mor in gola. Era cos triste a vedersi!
Il troppo amore mi aveva da essa allontanato ed ella ora aveva sete di vendetta, perch il suo amore era stato disprezzato.
Camminava con precipitazione nervosa, gridava in sogno, si adirava continuamente coi domestici e coi bimbi.
Poi, tutto a un tratto, parve cambiata, quasi fosse rassegnata e contenta. Il suo sguardo, quando si posava su di me, aveva una strana espressione di saziet; e pure ai suoi superbi scrosci di risa si mischiava come una nota dolorosa.
Il capocaccia venne un giorno da me.
"Peccato!" mi disse "Che il signore non scenda proprio pi nei boschi. In una vallata piena di musco ho scoperto una volpe e delle beccacce".
Era la mia caccia preferita.
"E poi c' lei... lei che vi attende l, presso il sasso. Non avrete piet di quella povera donna?"
Prendo il mio fucile e m'accompagno con lui sino alle ultime case del villaggio.
Qui una inesplicabile inquietitudine mi prende: pianto tutt'a un tratto il capocaccia e ritorno a casa di corsa.
Son tutto confuso... cammino sulla punta dei piedi... ascolto...
A questo punto si pass pi volte la mano sulla fronte, rialzando nervosamente i capelli.
Come dirle?... Apro d'un colpo la porta e vedo mia moglie... "Disturbo forse?" dico io, e rinchiudo la porta.
Che fare? Non si  padroni di s stessi, da noi. Il Tedesco considera la moglie come una serva, ma noi trattiamo con essa da pari a pari, come da potenza a potenza.
Noi non pretendiamo che il marito abbia piena libert e che la moglie vi si debba rassegnare. Qui il marito non ha nessun privilegio; non vi  che un sol dritto per l'uomo e per la donna.
Se tu fai la corte alle belle ragazze, ti toccher soffrire che tua moglie si lasci dire le paroline dolci dai giovinotti galanti. Se tu ti abbandoni fra le braccia di un'estranea, devi poi tacere quando tua moglie si stringe al collo di un altro.
Avevo dunque un diritto, io?
No.
Mi ritirai dunque e mi posi a camminare su e gi dinnanzi alla camera di mia moglie.
Non sentivo pi nulla, ora. Tutto taceva. Silenzio, silenzio di morte.
E ripetevo intanto continuamente:
"Non hai fatto tu forse lo stesso? Tu non hai nessun diritto di risentirti; nessuno."
Infine egli vien fuori.
Io gli dico: "Non ho voluto disturbarvi, mio caro; ma non sai che qui  casa mia?"
Tremava tutto e anche la sua voce tremava.
"Fa di me quel che vuoi!" rispose.
"E che vuoi ch'io faccia di te? Se hai qualche idea dell'onore, capirai che ci tocca scambiare un paio di palle."
Gli feci ancora lume sino al basso della gradinata. Poi montai a cavallo e corsi da Leone Bodoschkan ad invitarlo come mio testimone.
Mi ascolt sorridendo tristamente.
"In fondo  una corbelleria" mi disse. "Ma sta tranquillo: per domattina tutto sar pronto. Fammi soltanto il piacere di leggere stanotte questi foglietti."
E mi dette quelle carte che le ho mostrate e porto sempre con me... Strano uomo, quello!
Lessi dunque.
Ma ce n'era forse bisogno?
Se avevo sfidato l'amante di mia moglie, era per una semplice formalit e nient'altro.
Sapevo benissimo di essere nel torto: ma l'onore... Capir... Ero sicuro che non mi avrebbe colpito. A quindici passi egli non distingueva un passero da un mucchio di fieno... mentre io... io invece tiro bene.
Avrei potuto vendicarmi, ucciderlo; e nessuno avrebbe trovato a ridire; ma non me ne riconoscevo il diritto, e tirai in aria... Agli occhi miei ero colpevole come lui, come lei.
Pensai da prima di separarmi da mia moglie. Ma, e i bambini? Ecco il nodo che ci avvince in coppie, per l'eternit, e ci mena nella
.. bufera infernal, che mai non resta,
come i dannati di Dante.
Sopra tutto, ha lei notato come sa ben servirsi la natura delle illusioni d'amore per renderci sempre suoi ciechi strumenti? Mi conceda se non altro... Ma che volevo dire?... Ah! ecco. Per natura l'uomo e la donna nascono nemici, badi bene a non fraintendermi, e mentre la natura a nient'altro pensa che alla propagazione della specie, noi, nella nostra credula vanit, ci figuriamo invece ch'essa a una sola altra cosa miri: a renderci felici.
Baie! Dal momento che  nato un bambino, quasi sempre non vi  pi n felicit n amore; marito e moglie si considerano come due che abbiano fatto un cattivo affare: tutti e due restan delusi, senza che l'uno abbia ingannato l'altro. E intanto si ostinano a creder sempre che si tratti di esser felici, e si guardan torvo e si rimbrottano; invece di accusare la natura che accanto all'amore, sentimento passaggiero, ha messo un sentimento tenace: l'affetto pei figli.
Non ci separammo, dunque.
Soltanto, lui non venne pi in casa. Continuarono per a vedersi in casa di un'amica, poich si trovano sempre di queste buone anime officiose.
Quanto a me, tornai di nuovo alla caccia delle beccacce; e cominciai allora a guardare in faccia le donne come una selvaggina la cui caccia  a un tempo pi ardua e pi soddisfacente.
Sa come si tira alla beccaccia? No? Ebbene! bisogna anzi tutto conoscere il volo. Essa s'innalza, fa tre movimenti a zig zag come un folletto, poi fila diritto.
Questo  il momento. Mi aggiusto il fucile, miro e la beccaccia  mia.
Cos per le donne.
So uno si affretta troppo, tutto  finito; se sa cogliere il momento, le pu aver tutte...
In casa era pace.
I bambini camminavano, gi; e, guardi, ora li amavo. Li amavo perch mia moglie li amava.
Spesso, a vedermeli correre, scherzare, ridere intorno, mi figuravo che il nostro amore vivesse in loro. Era come un sogno.
Talvolta non so quale strano bisogno di malignit mi assaliva, e pretendevo ch'essi amassero me pi della madre, anzi, che amassero me solo. Li facevo allora saltare sulle mie ginocchia, accanto al fuoco, e stavo l a ripetere dei vecchi racconti di fate, a cantare dei brevi ritornelli di strada, a discorrere delle tante storielle di caccia.
Ma la cosa pi strana davvero,  che io, io stesso, senza dubbio, sa, avevo messo al mondo un altro essere, una bimba. Era la figlia di un marito assai singolare, lo riconosco, ma nessuno pu mai figurarsi quanto essa rassomigliava a sua madre: tutta lei, il suo ritratto vivente.
Si dice comunemente che le figlie somigliano al padre e i figli alla madre. Ebbene non  questo che io ho potuto notare. Il primo  il nonno, il secondo non so a chi somigli; mia moglie forse l'avr preso in un romanzo. Nessuno dei due ha niente della madre; solo la bimba le rassomiglia.
Forse allora ella pensava a s stessa, alla sua vendetta.
Dunque la piccina mi si affezionava sempre pi, pur sapendo ch'io la detestavo. Quando raccontavo qualche storia, mi si accostava timidamente, sedeva sopra uno scannetto in un angolo oscuro, ascoltava, e solo si vedevano i suoi occhi che splendevano. Quando la sgridavo, tremava; quando uscivo mi seguiva con lo sguardo immobile, di lontano; quando arrivavo mi correva incontro e poi si spaventava del suo stesso ardimento.
Una volta il pi grande disse: "L'orso finir per ammazzare il babbo." La piccina si riscosse tutta, con gli occhi pieni di lagrime.
Mi pareva allora di vedere in lei mia moglie stessa che accorreva ansiosa, mi chiedeva perdono e piangeva.
Un giorno che le dissi: "Vien qua", si fece rossa di porpora, e scapp via. Ma a poco a poco diventammo come due amici.
Nessuno dei maschietti mi rassomigliava.
"Vorresti tirare alla volpe?" chiedevo ad uno di loro.
"S, pap," rispondeva, "se il fucile non facesse tanto rumore."
E quando raccontavo dell'incontro con un orso!
"La bestia veniva dritto dritto verso di me. Che cosa credi ch'io abbia fatto allora?"
"Hai corso a pi non posso."
La bimba rideva.
Spesso la birichina, si ammantava di una pelle di lupo per far paura ai fratelli che si nascondevano dietro la gonna della madre.
"Via, non riconoscete vostra sorella?"
"Mamma," rispondevano i due monelli, "ma allora sembra un lupo da vero! Manda fiamma dagli occhi ed urla ch' un piacere!"
Quand'io ero fuori, la piccina vagava per la casa come un'anima in pena.
"Purch pap non corra qualche rischio!"
"Perch deve correr rischio?"
"Oh! conosco i due morelli; sono due bestie focose."
"E se incontrasse un orso?..."
"Papa gli tirer proprio in mezzo al petto, dov' la macchia bianca": dice mio figlio con aria competente.
"E se sbaglia?"
"Non sbaglia mai."
Appena fatta grandetta la bimba vuole accompagnarmi, e tanto si rotola per terra, piangendo, ch'io finisco per contentarla.
Avevo il piccolo fucile di cui si era servita mia moglie; le compro una carniera e la conduco con me.
La birichina era coraggiosa come un uomo, ma che dico? come nessun uomo; altrimenti non si potrebbe spiegar questo fatto: che ad un rumore fra i rami, quando io dicevo: "E se ci avesse ad accadere qualcosa?" essa rispondeva soltanto: "Una volta che sono con te!" E non temeva che per me.
In casa era paurosa, timida, febbricitante; dinanzi al lupo era calma come dinnanzi a una gallina. E come ci comprendevamo bene! Io quasi non avevo bisogno di parlare. Essa mi aveva studiato negli occhi, nei tratti, nelle mosse. Tuttavia ci piaceva di chiacchierare. Quando la selvaggina era a terra ed Irena si metteva in ginocchio per sventrarla, noi restavamo seduti l'uno accanto all'altro, ed il mondo era come un libro di figure ch'io sfogliavo sotto gli occhi della fanciulla... della sua fanciulla.
S, era sua ed appunto perci io l'amavo.
Anch'essa, mia moglie, l'adorava, anzi l'adorava tanto pi intensamente quanto pi la vedeva affezionata a me.
Quando la conducevo via, mia moglie si metteva in ginocchio, la baciava e le diceva sottovoce: "Resta con me." Ma la fanciulla scoteva il capo. Io ridevo, e quando mi trovavo gi lontano dalla casa, in piena foresta, questo ricordo valeva a rallegrarmi: ero contento di avere la piccina con me, mentre la madre se ne struggeva in casa.
Se dalla mamma, appunto, aveva del cucito a fare, ci si metteva per sola formalit, poi tutt'a un tratto gettava il suo lavoro per correre a pulire il mio fucile. O pure, se riceveva da essa un incarico, mi guardava e non si moveva.
Un giorno mia moglie in un impeto d'ira le grida!
"Ma quello non  tuo padre!"
"Allora n meno tu sei mia madre!" risponde la fanciulla tranquillamente.
Ella impallid, tacque e d'allora non fece che piangere di quando in quando... Piangere! Che sciocchezza!  cos bella la vita!
Vuot d'un fiato l'ultimo bicchiere di tokai.
S! Bella!... Ricorda i versi di... di... si tocc in fronte.... di Karamsin, del grande Karamsin?  vero che  un Gran Russo, ma non importa, mantengo l'epiteto. Come dicono quei versi? Li sa lei?
Pass una mano nei capelli come se volesse frugar nella memoria.
Ah! ecco.
 triste l'esperienza de la vita!
dice una voce mestamente al core;
non fidar ne l'amore
Esso  mortal; come ogni cosa muore.
 triste l'esperienza de la vita!
Non sii fedele, o fiore, a la farfalla;
ad altri amori tendon l'ali fugaci,
ad altri amor mendaci;
bocca novella  pi soave ai baci.
Non sii fedele, o fiore, a la farfalla.
Folle  chi crede incatenar l'amore!
Ama ed inganna: fedelt  chimera,
e cieco  chi vi spera.
Cambiano ogni anno i fiori a primavera.
Folle  chi crede incatenar l'amore!
Sicuro! bisogna amare e ingannare per non essere ingannato. Proprio cos.
Ama ed inganna: fedelt  chimera,
e cieco  chi vi spera.
Potrei ora raccontarle le mie avventure.
Tutte le donne son mie, tutte: contadine, ebree, borghesucce, dame, tutte! La bionda, la rossa, la bruna, la nera, tutte!
Avventure, avventure ogni giorno!
Senta, proprio adesso ho una relazione con una giovane signora: una dama, una vera dama, che si abbandona con tutta la frenesia dei sensi! Tanto che ne ho la testa un po' stordita.
Poi un'altra ancora, la vedova di un brigante. Suo marito fu impiccato; essa stessa... Ma chi sa! e poi che me ne importa?... Non sa leggere n meno, ma sa amare. Ah! noi non discorriamo molto insieme: ma ci amiamo... come i lupi!
Sempre dieci donne in una volta, o almeno tre, una per il letto, una per lo spirito e una per il cuore... Ma no; che dico? Il cuore non c'entra, non c'entra affatto, glielo assicuro.
Si mise a ridere d'un riso ingenuo, infantile, e mostr i suoi magnifici denti bianchi.
E poi a che servirebbe, l, il cuore? Occorre un cuore pei figli, per gli amici, per la patria... ma per una donna? Ah! ah! nessuna donna mi ha pi ingannato da che le inganno tutte. Che allegra commedia! Bisogna mostrarsi uomo, bisogna. Ah! ah! E come mi amano da che ho mutato gioco con loro, come mi adorano quando le fo piangere!
E in che rapporti  ora lei con sua moglie? gli chiesi dopo lungo silenzio.
Ma! siamo tutt'e due in cortesie; rispose. Qualche volta quando io... quando io mi rammento... allora... ecco... ho mal di capo. Ma ora stiamo allegri! allegri! allegri!
Prese la bottiglia e la scagli contro il muro. L'Ebreo si svegli di scatto, tirandosi di fronte la benda, che gli scivol sul naso.
Ah! ora sto bene! disse e si sbotton il soprabito. Allegri, allegri sempre! Ecco la vita;  il meglio che se ne possa cavare.
Si alz, venne in mezzo alla sala con le braccia galantemente poggiate sui fianchi e cominci a ballare la cosacca, cantandosi da s stesso una di quelle canzoni bizzarre piene di fuoco giovanile e di selvaggia malinconia.
Ora era quasi seduto a terra e lanciava i piedi come quando si vuol gettare qualche cosa d'inutile che ci molesta: ora saltava fino alla volta e girava su s stesso, in aria.
Infine si ferm, con le braccia incrociate sul petto, scosse mestamente la testa. Poi se la strinse fra le mani, quasi volesse strapparsela, e grid come grida l'aquila quando si slancia verso il sole.
In quel punto, tutt'a un tratto, la porta si apr e comparve un vecchio venerando, in sierak scuro, con lunghi capelli bianchi, baffi malinconici e occhi scaltri.
Era Simeone Ostrow, il giudice.
Un mesto sorriso pass sulla sua faccia scialba quando ci vide.
 molto tempo che sono qui i signori? disse con fare bonario. Molto, certamente. Ma la colpa non  mia.
Possiamo dunque andarcene? chiese il boiardo.
Certo! rispose il giudice Simeone.
Veramente  troppo tardi ora, osserv il mio amico, almeno per me. Ma lei, aggiunse volgendosi dalla mia parte, non ne profitter? Che Dio l'accompagni. E buona salute!
Essendosi intanto avvicinata l'Ebrea, egli con briosa eleganza le carezz il mento e la fece diventar tutta rossa in faccia come una vampata di sangue.
Poi, mentre stava per uscire, torn indietro e mi strinse la mano.
Ma che! grid. L'acqua raggiunge l'acqua e l'uomo ritrova l'uomo.
Io mi ero affacciato sulla soglia per vederlo partire. Egli salut ancora una volta; poi disparve.
Mi volsi allora verso l'oste.
Oh!  un uomo allegro! gemette dolorosamente l'Ebreo. Un uomo assai pericoloso! Lo chiamano Don Giovanni di Kolomea.
...
.
...
FINE.